Alta Via delle Dolomiti n.1 – Tappa 2

L’Alta Via delle Dolomiti n.1 è un percorso escursionistico lineare che si sviluppa dal Lago di Braies a Case Bortot (BL), 12 tappe (ridotte a 11 per convenienza), oltre 125 km di lunghezza e più di 7.000 m di dislivello. Noi, per comodità, abbiamo invertito il percorso per evitare di bivaccare al Bivacco del Marmol.

TAPPA 2

(Rifugio VII Alpini – Rifugio Pian de Fontana)

Apro gli occhi, la cornice sul cielo emana una morbida luce che si irradia in una porzione della stanza. Intravedo sagome scure, lineamenti che mi ricordano i dettagli della stanza, il tetto in legno, le pareti, il piccolo mobile, le coperte arruffate, la sagoma di Giada. Guardo l’orologio, ore 5:03, in anticipo di un’ora sulla sveglia. Attendo impaziente. Al piano inferiore odo i primi rumori, passi leggeri sul pavimento, passi pesanti giù per le scale. Mi chiedo se sono i rifugisti a mettersi all’opera per la preparazione delle colazioni o qualche escursionista mattiniero che, come me, è impaziente di affrontare una nuova giornata in montagna. Ascolto, attendo. I rumori provenienti ai piani inferiori divengono più insistenti con lo trascorrere dei minuti e la loro energia viene amplificata nel sottotetto come una camera di risonanza. Nella tenue oscurità mi sento osservato, incrocio lo sguardo di Giada che mi sorride per augurarmi il buongiorno. Quindici minuti alle sei, ancora presto. Mi rigiro nel letto come un pesce fuor d’acqua.
Trascorrono seicento secondi interminabili, lenti e noiosi. Mi alzo per andare in bagno a prepararmi. La mia compagna di avventure mi segue sbuffando, sperava di dormire un po’ di più, ma quando mi sveglio senza poi riaddormentarmi è impossibile tornare nelle braccia di Morfeo, quindi per me è meglio levare le tende. Stranamente non incontriamo nessuno, sono tutti tornati a letto o in attesa per mangiare o già usciti per affrontare La Schiara? Torniamo nel nostro alloggio e riorganizziamo gli zaini per il trekking odierno.
La colazione, prevista per le ore 7:00, è stata anticipata e noi ci troviamo a iniziarla quando qualcuno è già in dirittura d’arrivo. Caffè americano, pane a fette spalmato con la Nutella confezionata nelle sue micro-confezioni. Sufficientemente soddisfatti, voto 6.
Ultimi preparativi e usciamo nella frizzante aria del primo mattino. I primi a uscire hanno già affrontato la salita verso l’attacco alla ferrata, si intravedono fra i radi pini e abeti del crinale. Altri, seduti su una panca, chiacchierano di argomenti che non riesco a percepire. Ci osservano mentre calziamo gli scarponi, carichiamo gli zaini in spalla, e aggancio le due macchine fotografiche allo zaino. Luca, il più curioso fra tutti, ci interroga sui nostri programmi e la sorpresa di tutti è rivolta al nostro percorso e ai nostri fardelli. Sentiamo commenti scettici, ma allo stesso tempo entusiasti per la nostra idea e per il nostro coraggio. L’idea di affrontare l’Alta Via delle Dolomiti n.1 al contrario non è da tutti, è insolita per la maggior parte dei camminatori che restano fedeli ai numeri arabi nel loro ordine classico, dal numero 1 al 12. Il coraggio di affrontare la Ferrata del Marmol in salita con gli zaini molto pesanti è per loro troppo faticoso, è una scommessa fra loro e noi, fra la parete e la nostra forza.  Il mio zaino e l’attrezzatura fotografica suscitano interesse, perplessità e, forse, anche ilarità nelle menti dei presenti; poco importa, io voglio affrontare questa sfida fino in fondo. I rifugisti e altri camminatori, usciti nel frattempo per ascoltare i nostri progetti, si aggiungono agli altri per un collettivo augurio di buona giornata.
La perplessità generale si traduce in una scommessa nei nostri confronti, sulla nostra “sopravvivenza” all’intera Alta Via o, più semplicemente, al compimento della via ferrata. Sono testardo, forse anche pazzo. Prima del nostro viaggio, e ancor prima durante la sua organizzazione, in diversi mi hanno tacciato come pazzo. Mi hanno chiesto di tenere un profilo basso sul contenuto del zaino, di limitare il bagaglio fotografico, di rivederlo, ripensarlo, rivalutarlo. Non demordo e, mentre scrivo il racconto, completo, sono seduto comodamente a casa, soddisfatto.
Partiamo. La salita che porta all’attacco della ferrata è relativamente ripida, o forse ci sembra tale sotto il peso degli zaini, ma la affrontiamo con energia tale da superare due signori.
Il Porton, una macchia scura incastonata nella parete rocciosa, è il portale d’ingresso a La Schiara e alle sue ferrate: Ferrata Zanchi e Ferrata del Marmol.

Porton

Il mio occhio fruga fra le erbe, dietro i sassi e sotto le fronde dei radi alberi alla ricerca di nuove orchidee. La mia tenacia viene premiata con innumerevoli orchidee spontanee, mi perdo nelle loro forme, fragranze e bellezze.

Gymnadenia conopsea, orchidea spontanea

Raggiungiamo il tratto finale quando i primi sono ancora alle prese gli imbraghi. Stupiti, anche noi ci prepariamo. In breve siamo pronti, i primi in contemporanea con noi due. In cuor mio speravo di anticipare la ciurma per non avere nessuno sopra la testa, ma siamo costretti ad attendere la partenza di quattro ragazzi. La nostra mole fa soggezione, quindi conquistiamo il biglietto successivo. Accade quello che speravo non si verificasse, dopo cinque metri siamo intasati, troppo lenti i primi. Alzo gli occhi al cielo, non per osservare le alte pareti che ci sovrastano. Continuiamo la lenta marcia. I tratti su roccia si alternano a scalette in ferro incastonate nella grigia parete. Chi ci segue è scomparso, coloro che ci anticipano sono poco più avanti. Mi fermo in una stretta gola per ammirare e fotografare la bellezza dei dettagli di questa montagna, le sue profonde rughe, i suoi lontani pinnacoli, sono arte, pura e dura bellezza. È l’occasione per perdere le tracce dei primi ed essere raggiunti da uno spavaldo signore che sale senza attrezzatura di sicurezza, veloce, lo perdiamo dietro una stretta curva. Ora siamo soli, voci in alto, altre in basso. Rimbalzano da una parete all’altra, si parlano, si ripetono, provengono da direzioni improbabili. Tratti piani, altri in salita arrampicabili senza usare i pioli, poi le scale e infine un bivio: a sinistra la Ferrata Zacchi che punta alla vetta de La Schiara e a destra la Ferrata del Marmol che invece si accontenta di arrivare all’omonima forcella passando prima dal Bivacco Sandro Bocco.
I tratti più belli della ferrata sono la circumnavigazione delle profonde forre scavate nei millenni, entriamo con spalle alla valle e occhi alla roccia, tocchiamo il punto più profondo e ne usciamo nel senso opposto con un paesaggio aperto sui monti.

Ferrata del Marmol immersa nelle aspre pareti verticali de La Schiara
Ferrata del Marmol immersa nelle aspre pareti verticali de La Schiara

Scorgo un’inaspettato Raponzolo di roccia (ai più conosciuto col nome scientifico di Physoplexis comosa), un fiore che mai prima d’ora avevo incontrato e che mi sorprende, mi entusiasma.

Raponzolo di roccia (Physoplexis comosa) fra le rocce de La Schiara lungo la Ferrata del Marmol

Il cielo terso del primo mattino si sporca di rade nubi, ma il vento che scorre in quota scrive l’irrequietezza del meteo montano.

Le rocce de La Schiara, la Valle dell’Ardo, il Rifugio VII Alpini in una radura, Belluno sul finire

La via punta verso oriente nella direzione di un pendio di roccia viva e sassi, ripido, ma non verticale come in precedenza. Dimentichiamo i tratti attrezzati e ci inerpichiamo su un sentiero che zigzaga verso l’ignoto.
Alte nubi hanno avvolto completamente le alte creste, le cime. In breve tempo siamo quindi avvolti dall’umidità, densa, tangibile, fredda.

Le nebbie salgono i pendii rocciosi del Pelf
Campanula cochleariifolia, campanula

Tratti con il cavo in acciaio si alternano ad altri con un sentiero leggermente esposto; pian pianino saliamo. Giada mi anticipa nei movimenti, io mi perdo a guardare in giro, a scattare qualche fotografia. Camminiamo immersi nei nostri pensieri e avvolti dalla nebbia. Un “ciao” inaspettato salta fuori dall’effimero muro grigio di umidità, io lontano non lo sento, percepisco lo spavento dell’apripista che non si aspettava di incontrare qualcuno in discesa, l’altro, il corridore incontrato in salita senza le sicure da ferrata, sorride e ci saluta mentre mi sorpassa in velocità. Lo perdiamo dopo pochi metri, mangiato dal Nulla che avanza. Nei pressi dell’arrivo, senza sapere quanto manca in termini di tempo, distanza e dislivello, iniziamo a sentire i primi morsi della fame e, a stretto seguire, anche di stanchezza.
Intravediamo il Bivacco Sandro Bocco (2.266 m s.l.m.), in lontananza una sagomo indistinta e scura, da vicino una semplice costruzione in lamiera rossa dalla forma tondeggiante.

Sentiero attrezzato in arrivo al Bivacco Sandro Bocco

Sbirciamo al suo interno, più per curiosità che per scovare qualche novità. Tutto ordinato e pulito, fuori posto giacciono inermi alcune vettovaglie e vestiti di colui o colei che a quest’ora sarà ormai di ritorno dalla vetta. Chiudiamo la porta col chiavistello e saliamo verso la vicina, si spera, forcella.

Bivacco del Marmol fra rocce e nebbie

In un tratto traverso troviamo una palina con tre indicazioni: cima de La Schiara e la Ferrata del Marmol, la terza direzione, la nostra, non è contemplata.

Palina con direzioni verso La Schiara o Ferrata del Marmol o Bivacco Sandro Bocco

Il vento è leggero, non sferza come nell’ultimo tratto di salita, forse si muove differentemente o siamo protetti dalla roccia. Ci fermiamo, mangio il primo panino con la marmellata dei miei due a mia disposizione, il pranzo al sacco preso presso il Rifugio VII Alpini, e un paio di pezzi di zenzero disidratato. Giada si limita al cioccolato fondente e a qualche mirtillo disidratato.
Il sole va e viene, si alterna coi massicci ammassi nebulosi che danzano e turbinano fra le cime e le pareti verticali. Confrontiamo i resoconti della ferrata da poco affrontata, il risultato comune è la semplicità con la quale l’abbiamo superata, la bellezza dei paesaggi, l’asprezza delle rocce verticali, dei pinnacoli rivolti al cielo grigio, alle sfumature di grigio su grigio, alla sorpresa d’aver scovato un endemismo: il Raponzolo di roccia.
Proseguiamo senza sentire il peso degli zaini, siamo leggermente stanchi, ma suppongo sia abbastanza normale dopo un’intesa ascesa su ferrata. La colma, ovvero la Forcella del Marmol, ci attende oltre un altro tratto di sentiero con cavo d’acciaio. Il set da ferrata è utile, non tanto per la difficoltà di questo sentiero, ma per la sicurezza di non ammazzarci sotto il peso dei fardelli. Salutiamo in italiano visi che possono parlare una qualsiasi lingua europea, la risposta giunge presto fra accenni di inglese e tedesco inframezzati da alcuni ansimi di fatica. I primi viaggiatori della giornata, in senso opposto ovviamente. La Forcella del Marmol è il confine fra nuvole pesanti a Meridione e cielo azzurro a Settentrione, mi viene da pensare che le nebbie si siano arenate sulle cime sorelle de La Schiara e che non abbiano la forza o la volontà di andare oltre, verso Nord. Il Pelf, monte aspro dalle pareti impossibili, ci osserva fra le nubi, timoroso, si tiene a distanza dalla nostra vista. Fra noi e lui si ergono falesie calcaree drammaticamente verticali, impervie, strapiombanti in molti punti, baluardi a difesa della sua timidezza.

Il panorama montuoso oltre la Forcella del Marmol

Ammiriamo lontane montagne, valli e vette che al momento non sappiamo identificare, ci limitiamo a osservare la bellezza delle Dolomiti in tutta la vastità del panorama. Per pigrizia non apriamo la cartina per un confronto diretto, restiamo fermi con i sensi persi verso i profili all’orizzonte, nel fruscio del vento, nella fresca umidità dell’aria, nel profumo di pasta al ragù, nel… Mauro aspetta un attimo, pasta al ragù? Credo di avere le allucinazioni, a quota 2.262 m s.l.m., a chilometri dalla civiltà, senza vita umana alla vista, com’è possibile sentire questo profumo? Chiedo a Giada, per lei è profumo di pasta al pesto. Ok, sono due cose ben diverse, ma il profumo è ambiguo, sembra essere entrambe e niente di tutto questo. Continuiamo a camminare e l’odore sparisce, chissà da dove proviene. I nasi se ne riappropriano, non è possibile! Compare e scompare, ma non per colpa del vento, è come se stagnasse in alcune zone rispetto ad altre. Tuffo il naso fra i papaveri gialli, niente. Lo infilo in un cuscino di una pianta che non conosco, tombola! Questa pianta odora di ragù, o di pesto, di entrambe. Sono scioccato per il ritrovamento inaspettato. Senza perdere altro tempo riprendiamo la marcia, nel frattempo mi è venuta l’acquolina in bocca per il profumo e l’immagine di un ricolmo piatto di pasta condita con abbondante ragù di carne e una generosa spolverata di Parmigiano Reggiano. Ok, ho fame anche ora che scrivo davanti al computer di casa dopo aver pranzato.

Papaver alpinum, papavero giallo di montagna

Sporchi nevai, incastonati fra le sassaie, restano nascosti al sole per non sciogliersi. Oggi sono fortunati, le nuvole giocano a loro vantaggio. I pensieri volgono ai paesaggi selvaggi, duri, impervi, feroci, rudi, decisamente scoscesi e meravigliosamente unici nella loro bellezza maestosa; i pendii de La Schiara e le montagne vicine hanno creato un vero paradiso. Lo sconnesso sentiero, fra pietre e sassi, evolve in uno più morbido e ondeggiante. L’asprezza del grigio viene sostituita dal verde dei prati e da mille colori, tonalità varie e screziature fantasiose. I pendii diventano immediatamente soffici, danzano a ritmo del vento, fluttuano come alghe in balia delle correnti marine. Farfalle, api, mosche e moltitudini di insetti volano allegramente e ronzano attorno alla miriade di fiori. Nel cielo azzurro i balestrucci cinguettano mentre giocano, si rincorrono o cacciano chissà quali prede. Siamo passati da un ambiente ostile, infernale, a uno amorevole, paradisiaco.
Sul letto di un torrente, o quello che sembra rappresentare, ritagliamo una lunga pausa per pranzare, riposare e goderci il primo sole della giornata. Crema alla mano, ci imburriamo per bene onde evitare l’ustione assicurata delle nostre cangianti pelli. Panino con la marmellata, cioccolato fondente e tanta fresca acqua per dissetarci. Siamo contenti, felici, anche la stanchezza fa questi brutti scherzi quando si riposa in un luogo incantevole.

Val de Nerville, da qualche parte la traccia ci attende

Forcella Nerville (1.953 m s.l.m.) ci aspetta a breve distanza, qui la traccia da seguire scende verso la valle alla nostra destra, Val de Nerville. Inizia con un leggero solco nel prato e poi, dopo qualche centinaio di metri più in basso, si scioglie definitivamente nell’erba alta. I tracciolini sui sassi sono pochi, mancano i massi su cui dipingerli. Quelli sui tronchi degli alberi ancora meno, mancano gli alberi. Gli omini di pietra manco a parlarne, mancano ovviamente i sassi. Insomma, riusciamo a ritrovare la traccia solo studiando la cartina, altrimenti avremmo dovuto muoverci a naso. La prossima volta mi porto un decespugliatore. Zigzaghiamo e tagliamo per prati, le sterpaglie crescono rigogliose e mantenere la retta via, se dritta si può definire, è difficile, ma non impossibile. Servirebbe della manutenzione, ma immagino che tempo e soldi a disposizione non cadano dal cielo così di frequente in questa vallecola; peccato.
Ai margini del bosco di abeti e larici, giungiamo in località Casonet de Nerville (1.641 m s.l.m.). Una stalla dimenticata, un alpeggio perso per sempre. L’edificio è crollato quasi completamente, trascurato negli anni passati, dismesso per colpa dell’evoluzione umana. Una targa commemorativa ricorda chi e cosa viveva questo luogo, noi cerchiamo di immaginarcelo ricco di vita, di uomini piegati dalla fatica, di cani mentre abbaiano al bestiame al pascolo, di vacche e vitelli, di maiali e capre, di anime inconsce del loro destino. Un vero peccato.
Torniamo a macinare terra e sassolini sotto le suole degli scarponi. Il sentiero CAI 514 segue il pendio della Cima Nerville e tende a mantenere la quota con leggere salitelle. In coincidenza con il CAI 518, proveniente dal Rifugio Bianchet, posto più in basso nella valle, la traccia si trasforma immediatamente: prima selvaggia, ora civilizzata. L’involucro di plastica di una caramella segna il confine fra la terra dimenticata e disabitata, poco conosciuta e battuta, e i luoghi più conosciuti, quasi turistici. Tiriamo le somme sui risultati delle scelte degli escursionisti, in questo momento tocchiamo con mano la differenza fra un sentiero solcato abitualmente da chi segue la via più facile e veloce per chiudere l’Alta Via delle Dolomiti n.1, verso il Rifugio Bianchet, e un sentiero raramente calpestato da chi, invece, ha il coraggio di completare il lungo cammino senza scorciatoie. La difficoltà della ferrata, che di scoglio ha ben poco per i conoscitori delle vie attrezzate, è il problema principale per cui sono pochi i camminatori che chiudono l’Alta Via presso il Rifugio VII Alpini. I rifugisti ce ne hanno parlato la sera precedente, dispiaciuti, ma purtroppo la situazione è questa, inevitabile. Forse non lo è del tutto, basterebbe seguire il percorso al contrario come i due qui presenti e ogni problema si risolve.
Avanti tutta, il grosso del cammino odierno è alle spalle, manca poco all’arrivo. La via da seguire punta direttamente al Rifugio Pian de Fontana, la nostra meta finale. Saliamo per il pendio, assolato, che riprende velocemente quota per poi continuare in costa fra tratti piani, falsi piani in salita e delicate rampette. Sotto i nostri occhi le pareti di roccia crollano verticali, prati impossibili dalle inclinazioni prepotenti puntano al fondovalle, in basso boschi scuri di abeti ombrosi ammantano pendii meni impervi, quasi dolci. La profusione di fiori, tra cui stelle alpine e orchidee spontanee, sfidano la gravità. Hanno conquistato terre difficili da domare, ostili, severe. Semplicemente, nella banalità di questo avverbio dai toni svilenti, è evoluzione, magnificenza, ricchezza.

Gymnadenia conopsea, orchidea spontanea
Traunsteinera globosa, orchidea spontanea

Forcella La Varetta (1.704 m s.l.m.) è la tappa intermedia che ci proietta in un nuovo paesaggio, quello della Valle dei Ross e della più minuta Valle della Scala. Siamo a circa sette ore di cammino, pause comprese, e non abbiamo ancora scritto la parola fine; anche questo è un disincentivo per chi segue l’Alta Via, è più facile scendere al Rifugio Bianchet, a un paio di ore di distanza. Alle nostre spalle salutiamo La Schiara con il suo ditone puntato alle nubi, Gusela del Vescovà; non sappiamo se si limita a un arrivederci o a un addio, non sappiamo come evolveranno i profili delle montagne, cosa mostreranno o nasconderanno.

La Schiara circondata dalle nubi e Gusela del Vescovà timidamente nascosta

Nella nuova valle i pendii rocciosi sono differenti, alcuni rossi come ferro arrugginito, altri striati, stratificati e modellati dalle glaciazioni. Nella semplicità di un luogo, la minima sfumatura lo rende unico, prezioso, stupendo. In lontananza, sui pendii erbosi prossimi al rifugio, vi è un gregge di pecore che si muove come una razza sul fondo marino, ne segue il profilo, si adatta alla forme del terreno.
La stanchezza inizia a farsi sentire e, a testa bassa, riprendiamo la marcia serrata attraversando il vicino pratone dalle alte erbe e con qualche orchidea a far capolino coi suoi colori rosati. La discesa giunge ben presto con un’abetaia, questa ben presto sostituita da una faggeta, fresca, profumata di foglie secche, umidità, fiori, funghi, terra bagnata e corteccia; è inebriante, rilassante. Saluto un’orchidea verde come i fili d’erba che la attorniano, nessuno penserà a cosa rappresenta, per me è semplicemente una bellezza.

Listera ovata, orchidea spontanea
Texture di ortiche in una radura del bosco

In basso il letto di un ruscello in secca è il passaggio fra il tratto discendente e quello pianeggiante, poi, più avanti, un frusciante ruscello, delimita l’inizio dell’ultima ascesa.

Alta Via delle Dolomiti n.1 impressa sulla roccia del torrente in secca

Altri faggi, più radi dei precedenti, e con un profumo diverso, più secco, terroso e legnoso. Al limitare del bosco intravediamo delle baite, il rifugio, la meta. Pian de Fontana (1.632 m s.l.m.) ci aspetta nel vento, all’ombra delle nubi, con il freddo e la tristezza mista a gioia per aver completato un’altra tappa; un giorno divenuto passato e, allo stesso tempo, un altro obiettivo conquistato.
La camerata è praticamente vuota, ci sono solo due signori che sonnecchiano nei rispettivi letti. Svisceriamo gli zaini, questa volta con più ordine e ci prepariamo a lavare i nostri corpi sudati e puzzolenti. La doccia sognata, quella calda, rapidamente si concretizzata in quella fredda, gelida. Il giorno prima non avevo patito gli aghi glaciali, oggi decisamente l’opposto. Sarà la stanchezza maggiore, sarà il freddo ambientale, sarà la fame, sarà quel che sarà, ma ho decisamente bisogno di scaldarmi. Seppur fredda, il corpo si è ritemprato, rinvigorito, l’acqua ha giovato, ma lo spirito necessita di calore. Lavati i panni, successivamente stesi sul cavo d’acciaio che trattiene la teleferica al suolo, ci spostiamo all’interno del rifugio dove trascorriamo il pomeriggio a scrivere, raccontarci, mangiare una fetta di torta al cioccolato e bere una dissetante pinta di birra, io, una tisana al finocchio, lei.
In attesa della cena mi diletto nello sprecare altro inchiostro per allungare il racconto e di conseguenza la vostra noia. Se siete arrivati fino a questo punto, complimenti! Non saprei se farli a voi che avete un’ottima resistenza a questa lettura o a me che vi intrattengo con testi sopportabili, non soporiferi.
Cena, finalmente! Fame, tanta fame! Il sottoscritto si mangerà zuppa di verdure e legumi (per scaldarmi), omelette, piselli al pomodoro (secondo round dopo ieri…) e crostata di marmellata ai frutti di mosco con fette di mela. La qui presente si papperà rigatoni alle verdure (per aggiungere verdure alla dieta), arrosto coi capperi, piselli al pomodoro (quest’ultimi, che novità…) e crostata con marmellata ai frutti di bosco, ma senza mele. Soddisfatti, voto 7.
Siamo sazi, stanchi e insonnoliti. Stasera non vogliamo saperne di presentazioni di stupendi monti, intrepide avventure, proiezioni di splendide foto o qualsivoglia di interessante, unico e irripetibile; è tempo di andare a nanna. Desideriamo ardentemente spegnere il cervello e sprofondare gli stanchi corpi nei morbidosi materassi, ogni cellula del nostro corpo lo richiede, anche il mio solitario neurone sonnecchiante. La sveglia per l’indomani è impostata a un’orario indefinito, determinato esclusivamente dall’alzata degli altri. Non siamo svogliati o pigri, ogni tanto sarebbe bello esserlo e alzarsi a mezzogiorno. La prossima tappa sarà breve, la colazione è alle ore 7:30 e c’è un gruppetto di ragazzi inglesi che partirà prima di tutti senza consumare il “breakfast” (devono correre in fondovalle per prendere l’autobus di linea). Loro sono sette, tanti, e diamo per assodato che facciano abbastanza rumore; quindi, sveglia assicurata.


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