Cima d’Olino e Cima d’Agrella

La settimana appena trascorsa ha fatto da trampolino alle temperature primaverili che, se non fosse per il calendario, potrebbero palesemente essere estive. Il weekend, allo stesso modo, si prospetta rovente.
Optiamo per una meta vicina per non trascorrere troppo tempo in auto, e a una quota superiore ai 1.500 m sperando in una calura meno opprimente. La scelta potrebbe ricadere sulle “solite” cime, ma ho voglia di qualcosa di nuovo, di mai visto e percorso. Scartabelliamo le cartine escursionistiche alla ricerca di “qualcosa“, ma cosa? L’occhio cade quasi a caso su Cima d’Olino e Cima d’Agrella, non le conosco, mai toccate con mano, forse viste in lontananza in tempi passati. Come raggiungerle è il quesito successivo, le relazioni escursionistiche scovate nel web fanno il resto.

Primaluna, paese della Valsassina, è fine di un viaggio, in auto, e inizio di un altro, a piedi.
Seguendo la descrizione di una relazione escursionistica e con l’ausilio della cartina digitale caricata sul mio cellulare, entriamo nel borgo storico di Primaluna. Viette strette, case in pietra e calce, portoni in legno segnati dal tempo e una torre diroccata che sovrasta svogliatamente la cittadina. Via Armando Diaz è il cordone ombelicale che collega la civiltà alla natura montana, asfalto prima e ciottoli poi, e a tagliarlo la netta ombra del bosco di castagni.

La mulattiera si allontana da Primaluna, uno scorcio di Valsassina sullo sfondo

La mulattiera corre a perdifiato nel castagneto senza risentirsi della fatica, dell’afa strangolatrice, dei goccioloni di sudore che rigano la pelle accaldata. Il passo è costante, sicuro e instancabile, non vogliamo darla vinta alla calura, almeno non ora. Siamo freschi di spirito e paonazzi in viso, le gambe trottano sui ciottoli tondeggianti della via guadagnando quote maggiori in poco tempo.

La mulattiera immersa nel bosco di castagni

Una radura minuta compare nel bosco come una finestra luminosa in una stanza buia. Allestita con tavoli e panche in legno, con un fine praticello incastonato nell’alta coltre di foglie e rami che adombrano l’ambiente circostante, sonnecchia beatamente nel silenzio dei monti. Ammiriamo la quiete e ne bramiamo la rilassatezza. Proseguiamo.
Il carattere pesante e afoso dell’aria viene mitigato al crescere dell’altitudine, diviene fievolmente più respirabile, quasi meno opprimente, quasi.
Lentamente i castagni lasciano terreno ad altre specie, fra queste la betulla unicamente riconoscibile, mentre le altre restano momentaneamente un quadro senza tela.
Alpe Crevesto, a cavallo di quota 1.000 m, è la prima vera boccata d’aria “fresca“, nuova, al di fuori del castagneto. I suoi prati, dalle lunghe erbe, sono imbellettati da innumerevoli fiorellini bagnati dalla luce del mattino. Innumerevoli insetti gironzolano e piroettano nella tiepida brezza alla ricerca di prelibate leccornie, un leggerissimo ronzio li segue o li anticipata, si intreccia con gli uni e gli altri, diviene un fruscio ondulatorio, flessuoso, come quello dei fili d’erba più lunghi. La mente vola con loro alla ricerca delle amate orchidee spontanee, scruta fra le screziature floreali e i verdi chiari e scuri, vicine e lontane, ma non trova quello a cui brama. Chissà, forse da qualche parte ce ne sarà una, o più d’una, ma dove e quale restano quesiti senza responso.

Alpe Crevesto in primo piano, il Grignone sullo sfondo

La mulattiera prosegue, noi con essa. Si allunga quasi orizzontalmente verso una vicina vallecola, fra morbide salitelle e brevi discese. Infine, un fresco torrentello. I corpi madidi di fatica vengono travolti, letteralmente e fisicamente, da una costante ondata impetuosa di aria fresca, a momenti fredda, per poco gelida. Inebriante come ambrosia, incantevole come il canto delle sirene. Perché proseguire oltre questo paradiso se valicare il confine significa soccombere nell’afa, perché continuare per faticare, altresì perché non restare per riposare? Oltrepassato il torrente la mulattiera diviene sentiero, questa è l’unica risposta.
Il falso piano guadagna quota puntando verso Est, delicatamente vira seguendo le curve dolci del pendio e infine riprende a salire puntando verso monte. Un bivio, assente nella relazione e sulla cartina, compare tangibilmente agli occhi accompagnato dal dilemma corrispondente. Breve valutazione, d’obbligo, e il sentiero in salita diviene reazione.
Nel frattempo il faggio ha sostituito le varietà precedenti prendendo il sopravvento sulla scena. La sua presenza modifica totalmente il paesaggio, sia dal punto di vista visivo che uditivo. I tronchi sono grigi con soventi maculature più chiare, lisci, lineari e massicci. Le loro ramificazioni più alte si allungano in rami graziosi, decisi, e frondosi. Le foglie, ultime di fatto, o forse anche prime a seconda dei punti di vista, coprono totalmente la volta con un solaio fitto e impenetrabile, di un verde intenso, fresco. Quelle della stagione precedente, ammantano il sottobosco con una coperta fitta e impenetrabile, di un marrone intenso, caldo e scricchiolante, frizzante, come crepitante legna sul falò. E’ più facile amarlo che descriverlo. Adoro la sua bellezza in ogni sua parte, il suono dei passi fra le foglie secche, il profumo del bosco, la magia che regala a ogni paesaggio primaverile o autunnale che sia, la semplicità e pulizia del sottobosco, la libertà ariosa che si espande fra i distanti tronchi seppur costretta e oppressa dalla volta ombrosa. Fra le arboree, è quella che preferisco, dinanzi a betulla e larice.
Quest’oggi scopro un nuovo aspetto del faggio (Fagus sylvatica): le foglie cotiledonari assomigliano alle “orecchie d’elefante“. Non avevo mai fatto caso a questo particolare, o non mi era mai capitato di vederle.

Le “orecchie d’elefante” del Fagus sylvatica

La traccia punta ora verso Ovest per ritornare sui passi precedenti, ma a una quota maggiorata di cento metri. Di ritorno sulle curve dolci del pendio, il sentiero prende a salire seguendone la groppa e prosegue sullo spartiacque delle due vallecole laterali. L’altimetro segna 1.300 m, 1.350 m, 1.400 m, a 1.450 m una casa isolata nella sua isola verde, 1.500 m, a 1.550 m il bosco si dirada alternandosi a schiarite erbose. Qui la prima orchidea spontanea della giornata, non completamente sviluppata, con l’infiorescenza abbozzata, coi colori e le screziature ancora nascosti nei sepali. Da occhio inesperto oserei classificarla come Dactylorhiza maculata, ma non ho assoluta certezza.

Dactylorhiza maculata, orchidea spontanea

Lasciato il bosco, i prati prendono prepotentemente il sopravvento dell’ambiente. L’ombra viene dimenticata nel momento in cui la luce divampa nel cielo sulle erbacee fiorite.

Pendii ripidi e scoscesi dei monti sulla Valsassina

In lontananza percepiamo un cane abbaiare, dal tono insistente ha incontrato qualcosa di interessante, forse un simile, una vacca o capra al pascolo, o un animale selvatico.
Conquistati altri centro metri di quota, il sentiero prende una piega più tranquilla, placida e quasi orizzontalmente indirizzata verso Bocchetta d’Olino.

Il sentiero diretto a Bocchetta d’Olino si affaccia sul Grignone

L’abbaiare insistente diviene sospettoso, chissà cosa è successo. Sembra provenire dal pendio ripido, scosceso, impervio, quasi inaccessibile, sul versante opposto della valletta. Fermiamo i passi per ascoltare meglio, sembra provenire dal basso, in fondo a uno strapiombo roccioso alto diverse decine di metri, ma non lo vediamo. Alziamo lo sguardo in direzione dei prati soprastanti, ripidissimi, e non scorgiamo nessuna persona. Il cane è precipitato? Se si, dov’è il padrone? O entrambe sono in fondo alla forra? Secondi interminabili scorrono nel tempo di un minuto, forse due. Cellulare alla mano, chiamo il 112 per segnalare l’accaduto e veniamo dirottati ai Vigili del Fuoco. A loro risulta un’altra segnalazione inoltrata dal proprietario, quindi almeno lui/lei è salvo/a, e i soccorsi sono già in uscita. Spiego la situazione, cerco di snocciolare più informazioni possibili per aiutarli e dare maggiori possibilità di sopravvivenza al canide.
A Bocchetta d’Olino arrestiamo il nostro viaggiare per attendere un “qualcuno“, ma non abbiamo minimamente idea delle tempistiche del “qualcuno“. Aspettiamo ben 45 minuti, niente. Il cane continua ad abbaiare, incessante. Dalla nostra posizione è impercettibile, quasi inudibile, è necessario spostarsi sul sentiero appena percorso per sentirlo chiaramente. Siamo incerti, non sappiamo cosa fare. I soccorritori possono impiegarci minuti, o anche ore prima di venire, possono avere urgenze ben più importanti da anteporre a questa. Siamo inermi, non possiamo fare altro se non attendere.
Irrequieti, col pensiero allo sventurato, riprendiamo il cammino con occhi al futuro e pensieri al passato. Seguendo la carrareccia, che punta a Pian delle Betulle, speriamo con tutto il cuore di incontrare i soccorritori, che non vediamo.

Mirtilli in fiore

La speranza si scioglie al Sole non appena giungiamo in prossimità di Cantone Grande (cimetta a 1.739 m s.l.m.), al bivio per Cima d’Olino dobbiamo volgere sguardo e pensieri in una direzione divergente alla strada sterrata. E il dubbio di perdere l’incontro col soccorso è una stretta allo stomaco troppo forte per godere la bellezza del panorama.
Saliamo lungo il pratone punteggiato da innumerevoli genziane.

Genziana
Pulsatilla alpina spp. apiifolia (anemone)

Sulla Valsassina le Grigne troneggiano a Est e il Legnone a Nord, altre vette note o sconosciute coronano il panorama tutt’attorno. Spruzzate di neve in disgelo chiazzano i versanti nascosti, ombrosi e freddi, alcune scintillano fievolmente al Sole mentre i prati giallo-verdastri riconquistano i territori appena liberati.
Il panettone di Cima d’Olino, quota 1.781 m, è un manto di rododendri svogliatamente fioriti. Dalla sua posizione il nostro sguardo viene slanciato in un cerchio frastagliato di cielo e montagne, di azzurro e nubi lisciate dal vento, di grigio e boschi in rapido risveglio dal lungo letargo invernale.
L’eco dell’abbaio rimbalza nella forra, nella valle, fino a noi. Scendiamo lungo l’irto pendio erboso con gli occhi fissi allo sdrucciolevole sentiero, i pensieri totalmente concentrati sui passi e le orecchie alla richiesta di soccorso.
Bocchetta d’Olino è nuovamente deserta, se non fosse per gli escursionisti in movimento, a piedi o in bicicletta.
Ci piange il cuore, ma non possiamo stare ad aspettare chissà quanto, il quando diventa un macigno che non possiamo portarci appresso. Decidiamo per un’attesa di altri cinque minuti, al trecentounesimo secondo riprenderemo la marcia.
Fra i centoventi e centottanta secondi, nel primo tratto di carrareccia visibile, compaiono tre persone di cui due vestite dal medesimo sarto; che siano i Vigili del Fuoco e il proprietario del cane? Pochi passi nella nostra direzione, sguardi incrociati sotto il Sole battente e entrambe le fazioni percepiscono la reciproca etichetta. Spieghiamo quello che sappiamo, cerchiamo di snocciolare tutti i dettagli in nostro possesso. Il proprietario è scosso, ma contento che il cane sia ancora vivo. Scopriamo essere scomparso da una settimana, un’intera settimana. Il ragazzo ha provato a cercarlo ovunque, invano, finché un’altra segnalazione lo ha portato qui; noi siamo solo una sfumatura nella storia. Lascio il mio numero di telefono per avere future notizie, con la speranza che siano positive.
Ci allontaniamo speranzosi, loro immersi in calcoli e valutazioni per studiare il soccorso, noi adombrati da mille pensieri.
La carrareccia prosegue pianeggiante, segue dolcemente il pendio settentrionale di cimette erbose senza nome. Oltre, il paesaggio cambia, si apre al culmine della Val Marcia (ramificazione della Valsassina), Alpe Dolcigo lungo la deviazione inferiore, Bocchetta di Agoredo sul finale di quella superiore. La cresta erbosa è una deviazione ampia e panoramica che ad arco raggiunge Bocchetta di Agoredo, prossima tappa intermedia.

Vigili del Fuoco e il proprietario nel punto di calata

Il sentiero punta a superare quota 1.800 m, su dossetti erbosi pettinati dal vento. Cima d’Agrella verso Sud, Bocchetta di Agoredo a Nord. Prima la seconda, dopo la prima, puntiamo alla bocchetta.

Panorama da Bocchetta di Agoredo: Val Marcia, Alpe Dolcigo, Cima d’Olino

Nella sella posizionata a 1.825 m, ammantata da verdeggianti prati punteggiati da minuti fiorellini gialli, blu, viola, compare un nutrito gruppo di Orchis mascula spp. speciosa, per intenderci un’orchidea spontanea molto comune, che m’illumina la giornata. Sono tantissime, in splendida forma, slanciate verso il cielo e violacemente luminose nei tenui verdi del prato, bellissime.

Orchis mascula spp. speciosa, orchidea spontanea

Alpe Agoredo è appollaiata su un dolce promontorio erboso che troneggia una minuta ramificazione della Val Biandino, alcuni sentieri solcati nei prati la raggiungono, ma non quello indicato sulla cartina. Probabilmente è coperto dall’erba alta, intuiamo frammentate parole della sua voce, ma non il significato delle frasi. Tagliamo a sentimento puntando l’orecchio, alcuni vocaboli si perdono nel vento, altri sbiaditamente marcati compaiono su sassi e massi, tracce di colore sbiadito dal tempo, lettere confuse e confusamente decifrabili. Qui incontriamo un’altra orchidea spontanea, Dactylorhiza sambucina, affascinante seppur in una veste parzialmente sfiorita.

Dactylorhiza sambucina, orchidea spontanea

Alpe Agoredo, disabitata e solitaria, la raggiungiamo con la stessa velocità con la quale ci allontaniamo, e in una frazione di minuto è riuscita a cogliere l’ebrezza di una compagnia sfuggevole.

Alpe Agoredo

La via discende fino a un avvallamento in cresta, stiamo qualche metro più bassi perché la cartina descrive un sentiero parallelo alla cresta, ma a una quota leggermente inferiore, tendenzialmente pianeggiante. Anche la relazione descrive qualcosa di simile. Proseguiamo. Incontriamo un arioso bosco di sorbo degli uccellatori, mai visti tanti assieme. Il sentiero punta a valle, scende e non accenna a mantenere la quota originaria. Ho sbagliato, dannazione. Cartina alla mano, GPS attivo, abbiamo preso la traccia diretta in Val Biandino, quella a Cima d’Agrella è rimasta dispersa chissà dove. Tornare indietro o puntare direttamente verso l’alto, sentiero o pratone, la risposta ai quesiti viene prontamente presa tagliando le isoipse e zigzagando fra larici, rododendri e rigogliose erbacee. Cinquanta metri più in alto ci attende il sentiero del ritorno, l’altro serpeggia verso il bosco sottostante.
La nuova traccia, indefinita, franosamente descritta, celatamente mostrata, segue il versante occidentale di Cima d’Agrella fino a superarla. Qui la fantasia ci porta alla vetta, probabilmente erbosa, con una vista a trecentosessanta gradi sull’intorno, qui la realtà ci obbliga a rimandarla a un’altra volta. Con dispiacere devo rinunciarvi, non perché di mio imprescindibile interesse, la conquista delle vette è di poco conto per me, più che altro perché mancano una decina di metri al suo culmine. La mia compagna di avventure eclissa l’ipotesi di continuare, vuole spacciare la conquista come verità, un piccolo segreto fra noi e lei, che sbadatamente ho descritto in questo mio racconto.
Il telefono squilla, un numero sconosciuto, sarà il solito call center a rompere gli zabaioni o il proprietario del cane? Rispondo, una voce felice, sollevata da un immane fardello, squilla d’entusiasmo sull’ottima riuscita del soccorso. Virgola, il cane, è sana e salva, stanca, provata, ma carica di nuove energie, una scodinzolata lei e un forte abbraccio lui, immaginiamo noi. Stanno tornando a casa insieme, mi racconta, entrambe felici, ognuno con le proprie gambe, piedi o zampe che siano, di nuovo insieme, finalmente. Ci ringrazia, lo salutiamo augurando il meglio a Virgola, siamo felici per il lieto fine, indimenticabilmente emozionante.
Discesa. Ripida, a perdifiato verso una selletta poco distante, erba e sassi, terreno friabile, ripida. Valutiamo ogni passo, ogni movimento. Non è difficile o tecnicamente impegnativa, semplicemente non vogliamo ruzzolare rovinosamente a valle per fermarci, forse, da qualche parte centinaia e più metri oltre il nostri piedi.

Clematis alpina

A una forcella innominata la traccia prende le vere connotazioni di un sentiero, ripidamente si tuffa verso il vicino bosco di betulle.

Il sentiero nel boschetto di betulle

Discesa. Costantemente ripida, non difficoltosa, tutt’altro che pericolosa, ombrosa anziché assolata, costantemente afosa. In ordine decrescente di quota: betulle, faggi e castagni nella prevalenza del bosco, le altre specie, ornamentali o officinali di sicuro interesse botanico, restano tutt’ora incognite oscure nel buio della mia ignoranza. Devo porre rimedio, studiare è l’unica opzione.
A diverse isoipse inferiori, un bivio fra tre sentieri dirotta la marcia in senso destrorso, pianeggiante, delicatamente discendente. Baite d’Agrella, accenni di costruzioni dall’aspetto rozzamente abbozzato, fascinosamente selvagge in un ambiente lontanamente turistico, sono abbarbicate sul ripido versante di Cima d’Agrella, lungo il sentiero di ritorno, all’ombra di ombrosi faggi (se ben ricordo).
Un rio, un rigagnolo, una ferita nel bosco di roccia chiara dal sottofondo gorgheggiante, diviene punto di svolta, la via si lancia verso valle, perde quota con nuova freschezza d’animo tuffandosi nel bosco, ombroso, fintamente fresco, dall’aria plumbea, pesante e faticosamente irrespirabile.
Trecento sfumature di quota più in basso, in un torrido prato arato dai cinghiali (probabilmente quelli incontrati in discesa), alcune baite prendono la tintarella in solitaria beatitudine. Noi, grondanti come un’acquazzone estivo, ci rifugiamo in un angolo d’ombra, irrespirabile, per una breve pausa ristoratrice, per alcune ciliegie e una sorsata d’acqua, per l’eliminazione di una fastidiosa zecca appollaiata sui miei pantaloni, per riposare e riprendere fiato. Nel dubbio sulla veridicità dell’ultima affermazione, riprendere fiato, riprendiamo il cammino verso casa lasciando repentinamente quest’inferno alle nostre spalle.
Bosco, afa, ripida discesa surfando le foglie dello scorso Autunno, innumerevoli tornanti e curve, un dislivello infinito, quasi, Cascine Piazza, e ancora discesa, su mulattiera, tornanti, bosco e pesante umidità, il letto di un torrente quasi in secca, abitazioni a portata di sguardo, schiamazzi di bambini, moto e auto di passaggio lungo l’ormai vicina strada provinciale, l’ombra lascia il posto all’agghiacciante luce del pomeriggio, uno schiaffo di luce, calda, afosa, che non si taglia con un grissino.

Il bosco si è impadronito dei muretti a secco di Primaluna

Manca poco alla parola fine, ma come in ogni cammino che si rispetti, questo vocabolo fa sudare fino in fondo l’animo umano.
Una fontanella del lavatoio di paese è un’ottima arma per combattere la canicola, dilavare il sale arenato sulla pelle di visi e braccia, rinfrescare gli spiriti arsi sotto al Sole e sotto il peso degli zaini. Riprendiamo coscienza di noi stessi.
Ultimi passi, ultime fatiche. L’auto è in nostra attesa, un forno di pizzeria pronto per la prima infornata.


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