Alta Via delle Dolomiti n.1 – Tappa 1

L’Alta Via delle Dolomiti n.1 è un percorso escursionistico lineare che si sviluppa dal Lago di Braies a Case Bortot (BL), 12 tappe (ridotte a 11 per convenienza), oltre 125 km di lunghezza e più di 7.000 m di dislivello. Noi, per comodità, abbiamo invertito il percorso per evitare di bivaccare al Bivacco del Marmol.

TAPPA 1

(Case Bortot – Rifugio VII Alpini)

Non voglio tediarvi nel raccontare delle ore passate in auto, dei tratti congestionati dal traffico d’esodo che anticipa il Ferragosto, della stanchezza della lunga guida, del cielo terso e dei paesaggi che cambiano di chilometro in chilometro. Al contrario, voglio rendervi partecipi del viaggio che è iniziato nel momento in cui il cartello autostradale ci ha indicato l’uscita “Belluno” a grandi caratteri.
Siamo immersi in nuovi territori che in passato sono stati semplicemente sfiorati, luoghi di passaggio che servivano come contorno a una meta più lontana. Da oggi diventeranno parte della nostra storia, il presente che diverrà passato, il futuro della memoria di questa splendida avventura che ci attende. Montagne intraviste e presto dimenticate prendono forma ai nostri occhi, si colorano di verde, grigio e marrone, si ergono al cielo nella loro bellezza. Loro e noi, non ci conosciamo in questo momento, ma col tempo diventeremo amici. I boschi che ammantano pendii e valli hanno la bellezza dell’ignoto e della sua scoperta, sembrano essere costituiti da essenze mai viste prima, forme insolite e sfumature stupende. Il nuovo, seppur già visto sotto forme leggermente differenti, ha sempre un fascino incantato, magico, esoterico, o inspiegabilmente affascinante.
Lasciamo l’Autostrada A27, pressoché deserta, per scontrarci nella Statale 51, del tutto congestionata. Non ne capiamo il motivo, rassegnati muoviamo un giro di ruota dopo l’altro con flemmatica calma. Seguiamo lo svogliato serpentone di mezzi che si dirige verso Belluno passando nel comune di Ponte nelle Alpi, qui, dopo circa millecinquecento metri di coda il traffico sparisce per magia.
Nei pressi del Comune dell’omonimo paese realizziamo che l’estenuante rallentamento è dovuto agli automobilisti incuriositi nel vedere gli invitati a un matrimonio mentre attendono i futuri sposi.
Porto immediatamente la velocità di crociera da 5 a 50 km/h. Nel frattempo la mia copilota allunga il collo per sbirciare oltre il finestrino e mormora qualcosa nella mia direzione; suppongo col significato intrinseco di voler guardare meglio. Sorrido a questo pensiero.
Avvicinandoci alla città riconosciamo alcune fra le valli e le cime, diamo un nome alla Valle dell’Ardo, a La Schiara, al Pelf, al Monte Serva e al paese di Bolzano Bellunese sul versante montano che erge su Belluno. La strada da seguire oltrepassa il Fiume Piave che mormora silente sul suo cangiante letto sassoso.  Ora le montagne appaiono di fronte a noi, sono come angeli custodi della città appollaiata sulla lunga collina. Alcune nuvole danzano nelle correnti del cielo, sparse e rade, timide pecorelle in un immenso prato cristallino. Saltiamo lunghi distesi anche sul Fiume Ardo, oramai siamo a ridosso della cittadina. Il fido navigatore di Google Maps ci conduce alle porte di Belluno, seguiamo alcuni tornanti fra le case, guadagniamo presto quota per ritrovarci ben presto in cima alla collina, e dentro la città. Non indugiamo oltre, la traccia asfaltata da seguire punta dritta verso i pendii montuosi e la meta finale del viaggio stradale: Case Bortot, località nel comune di Bolzano Bellunese. Dal paese la strada sale e scende un paio di volte finché diviene stretta, tortuosa, leggermente ripida nei tornanti e infine sfocia in un gracile parcheggio rigonfio di automobili. Quaranta, forse cinquanta, o più mezzi dormono baciati dal sole. Sono le due del pomeriggio, siamo stanchi, affamati e con la mia Fiat Panda da posteggiare, anche lei stanca. Non ci sono posteggi liberi, ogni pertugio è occupato; sapevamo di correre questo rischio, ma non avevamo altre soluzioni per quest’oggi. La paura aleggia fra noi tre, inizia a scriversi sui nostri volti la rassegnazione di dover parcheggiare a Bolzano Bellunese, o forse poco prima se fortunati. Fermi, attendiamo secondi interminabili in preda al vuoto del nostro spirito che cerca di lottare invano con la palpabile sofferenza. La vita scorre veloce davanti ai nostri occhi e l’unica soluzione è: lasciare i pesanti zaini e tutto l’occorrente qui, Giada a fare da vigilante e il qui presente con l’obbligo di scendere per trovare parcheggio. Il tempo di mettere nero su bianco i nostri pensieri e un signore, in tenuta da escursione, si avvicina al suo fuoristrada, sale e ci saluta sorridendo indicandoci il suo posto; che dire, una fortuna sfacciata. Buttiamo pudore e ritegno nel cestino del nostro io, senza vergogna parcheggiamo all’ombra di un albero e ridiamo di felicità.
Un altro passo verso l’avventura è stato completato, a parte la stanchezza per la guida e qualche decina di minuti di ritardo a causa dell’intenso traffico di alcuni tratti, tutto è andato come previsto. Siamo soddisfatti. Ora è il momento di appagare i nostri stomaci all’unisono brontolanti, richiamano la nostra attenzione. Dalla borsa della spesa compaiono magicamente una focaccia liscia, una alle olive e un’altra coi pomodorini. Ci rimpinziamo, forse troppo; avanza una mezza focaccia da tenere per l’arrivo o per altre evenienze energetiche. Servono tante energie, fisiche e mentali, per affrontare la prima ascesa con i nostri zaini obesi. Scarponi ai piedi, zaino in spalla, macchine fotografiche addosso e racchette ai piedi, salutiamo la Panda; un arrivederci fra dodici giorni.
Lasciamo la civiltà urbana verso il mondo selvaggio delle Dolomiti, turismo permettendo.
Una stradina sterrata prende vita dall’ultimo lembo di terra adibito a posteggio per allungarsi rapidamente all’interno del rado bosco di latifoglie, prevalentemente aceri, carpini e altre piante di cui non ricordo il nome, o semplicemente non conosco. Il sole penetra fra le alte fronde degli alberi per illuminare le numerose more che vogliono abbronzarsi, pallide, coi loro verdi screziati di rosso, attendono la maturazione e l’inevitabile raccolta. Quelle precoci catturano immediatamente la nostra attenzione e con la stessa velocità cascano in bocca fra aspri gridolini acidi. Per Giada sono una leccornia, lei adora la frutta acerba, per me sono un’aratura delle papille gustative; chissà se al nostro ritorno saranno qui ad aspettarci, nere, mature e succose. La via prosegue ora con una leggera ascesa che dolcemente sale sul fianco tondeggiante del monte, poi, con la stessa tranquillità, si adagia nel punto in cui il suo largo corso si divide in due tracce: il Sentiero CAI 501 con direzione Rifugio VII Alpini e il sentiero per Bus del Busòn. La traccia da seguire rimane in quota, l’altra scende chissà dove. La mia curiosità divampa come carta in un falò, con grandi occhi dolci da cucciolo guardo la mia compagna di viaggi per addolcire la sua inevitabile risposta negativa. Imploro, quasi mi inginocchio (“quasi” perché il peso dello zaino non me lo permette) e riesco, quasi, a convincerla, ma poi la mia fantasia si scontra con la realtà e alla fine riesco solamente a strappare un arrivederci per quando verremo a recuperare l’auto. Siamo molto incuriositi dal nome e da quello che cela il suo significato. Bando alla ciance, la strada è ancora lunga e siamo ancora all’inizio dell’inizio.
Chiusa la parentesi divagatoria, il Sentiero CAI 501 torna a scorrere sotto le suole dei nostri scarponi, sotto il nostro peso da pachidermi. Scende e risale, sale e ridiscende, brevi tratti per guadagnare quota e molti altri per perderla. Incontriamo i primi camminatori della giornata, tutti in direzione opposta alla nostra. Al momento siamo gli unici in salita. Alcuni punti panoramici esplodono verso la valle sottostante squarciando il bosco in ampi varchi, da qui si vedono altre vallette, pendii boscosi, pareti verticali, creste che portano a cime, vette, e avventure di persone a noi sconosciute.

Valle dell’Ardo, La Schiara e Pelf in lontananza

Un miraggio compare nel sottobosco, solitario, inaspettato, un cigno scolpito nel legno gorgheggia limpida acqua, fresca e inebriante. Una sorsata per sciogliere i muscoli, un’altra per lavare via tutti i pensieri, una terza per dissetarci nel caldo e umido pomeriggio estivo.
In località Casera de i Alberch, rovine oramai, la via si lascia alle spalle la monotonia dei sali-scendi e con spavalderia si inerpica con svariati tornanti per guadagnare velocemente quota. In lontananza percepiamo il ruscello, da poco attraversato, che gorgheggia echeggiando fra massi e strette rupi. La stanchezza che immaginavamo potesse comparire con le prime difficoltà camminatorie si è rivelata infondata e questa prima ascesa ha messo i puntini sulle “i” sul nostro allenamento. Brevi tratti piani si alternano ad altre salite che ben presto si traducono in un lungo trasverso verso il letto del Torrente Ardo.

Valle dell’Ardo, il ponticello fra massi, boschi e pareti scoscese

Un ponticello in cemento armato sorvola le briose acque che saltellano fra i massi calcarei, fra le pozze trasparenti dalle sfumature verdi, azzurre e aranciate. Verso monte la linea cangiante di roccia sale verso pareti scoscese, a valle in un verde cupo del manto boscoso. Altri avventurieri in discesa, ci sentiamo tanto solitari quanto soli.
La via segue il versante opposto, si inerpica fra felci e alte erbe che crescono dove gli alberi sono più radi; incontro la prima orchidea spontanea delle Dolomiti, sono proprio contento!

Epipactis placentina (?), orchidea spontanea

Successivamente, la via spiana nel punto in cui un affluente piomba d’improvviso dall’alto di una parete rocciosa, diversi salti e infine le gocce arrivano sui nostri corpi accaldati. E appesantiti. Attraversiamo nuovamente il torrente su un secondo ponte in calcestruzzo, ammaccato qua e là ove i sassi lo hanno scheggiato. Concediamo ai nostri corpi una breve pausa, non per la stanchezza provata che non percepiamo,  bensì il tempo necessario per fotografare le tre cascate che saltellano di roccia in roccione, con una stupenda pozza verde-azzurrognola al termine del loro viaggio.

Valle dell’Ardo, effetto seta di una cascatella in una pozza trasparente

Questa è talmente trasparente, fresca, ammaliante e intrigante, che sento l’estrema necessità di tuffarmi, di perdermi fra le sue braccia. Sogno, vaneggio e vagheggio, e torno alla realtà dei fatti: lo zaino mi attende, Giada idem, il rifugio pure. Un’altra volta sarò tuo, ora il mio destino è scritto sulla linea del sentiero.
Riprendiamo il cammino assieme ai nuvoloni che iniziano ad accumularsi alle nostre spalle regalandoci qualche attivo di tregua dall’implacabile sole. Sotto una falesia strapiombante, saltelliamo fra i massi per attraversare nuovamente il ruscello. Il letto di foglie secche di faggio accoglie i nostri passi fra croccanti scricchiolii, secchi quanto soffici. Le chiome, poco più in alto, attutiscono i rumori, li evolvono in suoni, note, nella stessa musica del vento che fa ondeggiare le verdi foglie appese ai rami. Continuiamo a salire seguendo i tornanti che conquistano metri di altitudine ad ogni curva. Piante di lamponi compaiono in una minuta radura, l’istinto è quello di mangiarli, lo seguiamo senza battere ciglio; succosi, dolci e aromatici, proprio lamponosi. Compare la seconda orchidea spontanea di quest’oggi, uno splendore!

Epipactis atrorubens, orchidea spontanea

Saltuari abeti indicano il raggiungimento di una quota maggiore, come se le nostre gambe ed energie non se ne fossero accorte prima, ma li ringraziamo perché in qualche manciata di minuti intravediamo l’arrivo: il Tricolore sventola svogliatamente, il Rifugio VII Alpini è lì accanto in nostra attesa (1.502 m s.l.m.). Le conifere si fermano al limitare del prato che accerchia il rifugio alpino, come un branco di leoni attorno alla preda. Saliamo l’ultima salita della giornata, pochi metri e la prima tappa è conclusa.
Il nostro arrivo è abbracciato da numerosi voci, parlano tutte di montagna, alcune in dialetto bellunese, altre in inglese sfumato all’orientale, altre in tedesco e in italiano. Non siamo piombati nuovamente nella civiltà cittadina, ci sentiamo invece immersi in qualcosa di differente, antiteticamente evoluto, distante dal mondo e vicino a noi, tranquillo e vociante, romantico e duro. Il rifugio è città. Dove non arriva il turismo di massa, la stessa città si tramuta in qualcosa che tende all’essere armonioso, equilibrato, quasi bilanciato con la vita selvaggia che lo circonda. Al contrario, ove la civiltà porta inciviltà, seppur oltre le mura di una circonvallazione, il rifugio diventa solo una facciata, una mera apparenza di un qualcosa che tende a sembrare selvaggio, ma in realtà è solo un manifesto pubblicitario dell’ipocrisia. Il primo rifugio, il VII Alpini, è armonia con la conca montuosa che lo abbraccia, con le cime imperiose de La Schiara che troneggiano su di esso, con gli abeti, i faggi e i pini che ammantano le rughe delle valli, con gli animali selvatici che osservano gli umani dalle loro intime postazioni.

Le pareti calcaree de La Schiara
La Cappella Regina alpinorum nei pressi del Rifugio VII Alpini

Belluno è lontana oltre le propaggine delle montagne, vicina quasi a poterla toccare con lo sguardo.
Entriamo e veniamo accolti dai rifugisti, sorridenti e disponibili. Mentre affrontiamo l’ultima salita della giornata, la scricchiolante scala in legno che porta ai piani superiori, il gestore ci anticipa che hanno riservato la camera di Harry Potter per il nostro soggiorno. Giada mi guarda con occhi a forma di cuore, io sorrido nel vederla, il gestore ride per il paragone. Non ci aspetta il sottoscala, come i fan del mago si potranno aspettare, ma bensì il sottotetto. Siamo al terzo piano, il legno ci circonda, ci avvolge, ci ascolta e suona a ritmo dei nostri passi. Nella cameretta ci aspettano due letti accoppiati, un mobile nascosto in un buio angolo e dei letti metallici smontati dove la falda del tetto diventa un tutt’uno col pavimento. La luce entra da una finestra a vasistas, piove dall’alto sulle coperte piegate, sui nostri occhi rivolti verso il cielo nuvoloso. Adagiamo a terra i nostri fardelli, si appoggiano sul pavimento come se li avessimo fatti cadere, i suoni echeggiano nella stanza a base quadrata e a parete triangolare. Apriamo immediatamente la finestra e sbirciamo dalla feritoia che apre ai nostri sguardi quello già intravisto a livello dell’erba, ma con pannelli fotovoltaici tutt’attorno.
L’avventura non finisce quando si giunge all’arrivo, il traguardo è quando si chiudono gli occhi ricolmi di fatiche ed emozioni.
Possiamo scegliere fra la doccia calda a gettoni e quella fredda. Optiamo per quella fredda, non perché siamo taccagni o abbiamo paura del freddo o non siamo coraggiosi, semplicemente perché vogliamo goderci l’avventura fino in fondo. Il primo getto d’acqua sembra caldo, ma si tramuta ben presto in aghi di ghiaccio. Mi insapono e mentre mi sciacquo la schiuma di dosso ripenso ai bagni estivi nel freddo torrente della Val Vertova; ora non sembra glaciale, gelido, solo un pochino. I gridolini di Giada mi fanno sorridere, ma la sua tenacia vince contro l’acqua. Ritemprati, rigenerati, rinati a nuova vita. Ultimo passaggio, lavare i panni sporchi. Li stendiamo all’esterno, ondeggianti nel debole venticello serale.

Merenda pomeridiana al tavolo n.5 presso il Rifugio VII Alpini

Succo di frutta lei, birra io. Ingurgito la focaccia rimanente per nascondere il brontolio viscerale, penso di aver guadagnato un briciolo di tregua fino alla cena; almeno spero. Dedichiamo il tempo che scandisce queste ore di relax ricordando quello che abbiamo visto, lo scriviamo entrambe con parole leggermente differenti sui nostri taccuini per inciderlo saldamente nei nostri ricordi.

Dolomiti 2019, parole e disegni per incidere i nostri ricordi.

Rientriamo nell’alloggio di Harry Potter portandoci appresso i panni. Nel sottotetto, tiriamo un paio di stringhe di un mio vecchio scarpone che porto nello zaino in ogni scampagnata, possono sempre tornare utili. Oggi, e sicuramente nei giorni a venire, ci serviranno come stendibiancheria.
Chiudiamo la porta cigolante per nascondere il delirio dei nostri averi, come una carneficina: le pelli appese, corpi squarciati per terra e interiora disseminate ovunque, per i deboli di cuore tradurrei il tutto in panni stesi, zaini aperti e vestiti adagiati sui letti. Scendiamo in sala da pranzo, è tempo di cena.
Il menù propone diverse possibilità, la nostra scelta cade sulle seguenti pietanze: spaghetti aglio, olio e peperoncino, e penne al ragù, a seguire salsiccia con patate al forno e piselli al pomodoro, e salsiccia con patate al forno, infine crostata con marmellata di mirtilli. Soddisfatti, voto 7.
Ci spostiamo nella saletta accanto mentre sparecchiano e armeggiano con tavoli, panche e sedie; chissà cosa staranno architettando. La risposta arriva a minuti, serata dedicata a La Schiara tenuta da Luca che, a quanto dimostra, la conosce veramente bene. È interessante vedere vecchie fotografie proiettate fra le mura del rifugio, le luci colorate illuminano pareti che hanno conosciuto numerose generazioni, storie, vite. I racconti narrano di avventure, ardite, forti, a lieto fine e finite male, di conquista e sacrificio. Alle 23:00, forse più, l’applauso finale ringrazia Luca e chiude la serata. Io, invece, mi sveglio da un torpore mentale e fisico. Appoggiato alla sedia di fronte, sono piombato in un sonno a singhiozzo, fra sogni fantasiosi e immagini reali di arrampicate in artificiale e fotografie di repertorio. Me ne vergogno, ma avevo troppo sonno e resistervi era per me impossibile, come respirare. Laviamo i denti col vociferare al pian terreno, il sottofondo si zittisce non appena saliamo al piano superiore. Ora è tempo di riposare, dormire, sprofondare nel materasso e sotto le morbide coperte. Chiudiamo gli occhi con le stelle che illuminano fiocamente il quadrato trasparente, il resto del mondo che ci attornia è oscurità.


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