Alta Via del Granito – Tappa 3

L’Alta Via del Granito è un percorso ad anello di tre giorni che si sviluppa nelle valli e lungo i pendii montuosi del Massiccio di Cima d’Asta.
Il percorso segue antichi sentieri ed ex strade militari risalenti alla Grande Guerra che portano alla scoperta di stupendi paesaggi naturali e testimonianze della Prima Guerra Mondiale.
E’ percorribile sia in senso orario che antiorario, con possibili varianti per impreziosire la scoperta di queste montagne granitiche. Le nostre scelte: senso orario per comodità, ascesa a Cima D’asta per sfizio, rientro alternativo per scoprire nuovi paesaggi.

TAPPA 3

(Rifugio Ottone Brantari a Cima d’Asta – Malga Sorgazza)

Dormita mai così profonda fu come quella appena trascorsa. Mi sono svegliato solamente un paio di volte, nella norma, per andare a cambiare l’acqua e per osservare i bagliori dei lampi fuori dalla finestra. Riposato, ricaricato, pronto per la colazione. Caffè e fette di pane spalmate con Nutella danno nuova energia alle veloci gambe che, in rapida successione, inghiottono la roccia sotto le suole degli scarponi. Lasciato il rifugio nella penombra del mattino, un brevissimo tratto pianeggiante porta a una leggera salita fra roccia viva e massi, sale gradualmente sul pendio di Cima della Banca, ruota verso sinistra per puntare direttamente a La Forzelletta. Lassù, in un anfratto della cresta aguzza, fra Cima della Banca e Cima d’Asta, è nascosta la forcella. L’ultimo tratto, irto, in ascesa su una parete di roccia, massi e rada erba, fra brevi tornanti e rampettine quasi da scalare, porta allo stretto valico, una fessura, un taglio nella montagna che si lancia nel panorama successivo.
La lineetta rossa, che di tratto in tratto si estende dal rifugio in direzione della vetta, continua il suo percorso sulla sinistra, poi scende verticalmente per perdersi nella parete. Il nostro sguardo cerca i futuri tracciolini lungo una strada immaginaria che potrebbe essere tale; ne intravediamo un paio, forse meno, indicativamente sappiamo dove andremo. La nuova conca rocciosa è racchiusa fra Cima della Banca, invisibile alla nostra destra, Cima d’Asta sulla destra e Corno di Val Regana a chiudere, massi e sfasciumi verso monte e prati verso valle.

Dal sentiero attrezzato lo sguardo vola verso Cima d’Asta, nei pressi de La Forzelletta

Zigzaghiamo in discesa facendo attenzione a non precipitare. Ove possibile sfruttiamo i tratti attrezzati per assicurarci la vita, in altri disarrampichiamo agevolmente senza grosse preoccupazioni. Questa parte di sentiero è proprio divertente e lo sarà maggiormente nella risalita del ritorno. Il passo successivo è il superamento della piana di roccia e sfasciumi fino a raggiungere l’attacco finale a Cima d’Asta. Da qui in avanti, fino alla vetta, seguiamo i segnalini impressi sulla pietra che ci conducono lungo un percorso di roccia, massi, sassi e talvolta ghiaino.
A 2.847 m, una croce, un azzurro infinito. Al di sotto, montagne e vallate a perdifiato in un intorno senza fine. Assaporiamo in compagnia di un gruppetto di ragazzi la conquista simbolica di questa nuova cima, Cima d’Asta.

Rifugio Cima d’Asta col suo cerchio aranciato e il Lago di Cima d’Asta, veduta a picco dalla vetta di Cima d’Asta

Lago di Cima d’Asta è una macchia bluastra su un tessuto a trama di grigi, aranciati e verdi intrecciati fra loro alla rinfusa, orograficamente parlando. Accanto ad esso, l’omonimo rifugio con il tetto impresso da due grandi cerchi aranciati si è da poco svegliato con le prime luci che trafilano dalle montagne vicine.
Come siamo saliti, scendiamo. Ripetiamo ogni passo dell’andata sbagliando ogni sincrono di movimento, quindi non mi dilungo in descrizioni ripetitive. Chiudo col rientro al rifugio dove per magia sono comparse una marea di persone. C’è una funivia che non abbiamo visto o sono partite di gran lena nel primo mattino? La seconda è certa e probabilmente, dopo la colazione in quota, punteranno alla vetta.
Riprendiamo possesso dei pochi averi lasciati in custodia in rifugio, rassettiamo gli zaini e ci rimettiamo prontamente in marcia per il rientro.

Rocce riflesse nel Lago di Cima d’Asta

Altro bivio, altra scelta. La via facile di discesa la lasciamo agli altri, sicuramente troppo noiosa con un sentiero che zigzaga verso valle per raggiungere una lontana carrareccia. La via difficile la teniamo per noi, sicuramente più varia, interessante, con nuovi paesaggi e presumibilmente più faticosa.
Sentiero CAI 386 è quello da seguire. Cartina alla mano e occhi verso i tracciolini, puntiamo verso Forcella del Passetto a 2.495 m di quota. Primo tratto tranquillo, leggere salitelle alternate a tratti piani e discese trascurabili si inframezzano ai precedenti, una passeggiata defaticante fino alla rampetta finale che porta al valico alpino. Da qui in avanti, almeno così dice la mappa, è un lungo traverso fino a Monte Coston. Proseguiamo con una prima parte franosa, la roccia in questo punto è completamente diversa, friabile e franabile. Riprende la normalità nel punto in cui perdiamo quota e ci immergiamo in prati costellati da fiori multicolori. Il dorso orientale di Cima del Passetto è il passaggio a un’altra valle, graziosamente incastonata fra pratoni e roccioni. Ne discendiamo un declivio fino a incrociare un ruscello immerso fra alte erbe. La via prosegue, fra tratti in salita, altri in discesa, e in piano.

Fiori gialli da identificare ritratti lungo il Sentiero CAI 386
Fiori gialli da identificare ritratti lungo il Sentiero CAI 386

Quello che non dice la cartina, lo scopriamo nell’avventura. Scendiamo fra massi e cespugli lungo una sassaia ripida, un leggero tratto piano e poi l’irta e franosa salita a un valico senza nome. Oltre, la valle dei primi giorni. Scendiamo lungo il versante opposto facendo attenzione, è sdrucciolevole e ripido. Ne seguiamo la dorsale che conduce lo sguardo verso Monte Coston, lontano, immerso nella luce.
Ci fermiamo lungo il dosso in un punto dove la roccia viva della montagna sbuca fra le basse erbe. Il panorama è stupendo come nelle tappe precedenti, anche se quest’oggi è accompagnato da una leggera brezza di malinconia, stiamo per concludere l’Alta Via del Granito. Pranziamo con il solito, ma sempre genuino, pane con crema di nocciole e cacao, immancabile.
Il sentiero si intravede fra i prati che ammantano la massiccia propaggine montuosa dall’aspetto docile e pacato, una linea quasi invisibile che taglia l’erba esattamente sulla sommità della curvatura apicale. Lo seguiamo, in discesa prima e in piano poi.
La vetta, cima, del Monte Coston non viene toccata dal percorso di chiusura e non la riteniamo interessante, quindi volgiamo lo sguardo verso Occidente nella direzione della freccia indicata sulla palina, direzione Malga Sorgazza.
La cartina escursionistica indica alcuni tornanti, alcuni. Direi non proprio “alcuni”, direi più “numerosi”. La traccia scende, senza se e senza ma, zigzaga senza indugi, punta a valle e lì ci porterà. Il Sole, caldo ed energico, non aiuta il nostro cammino. L’aria umida, afosa, asfissiante, che sale lungo il pendio assolato è un cappio al collo, asfissiante. Procediamo, quasi di corsa, giù per i tornanti aspirando all’ombra del bosco, espirando l’anima rinsecchita.
Un larice, ombra, un altro larice, ombra. Attimi di pace in una battaglia persa in partenza.
Non perdiamo la guerra, le battaglie successive le vinciamo grazie al fitto bosco di abeti. Fresco, anche se a tratti afoso, ma piacevolmente accettabile. Le gambe, al contrario, iniziano a urlare le grida di un’ascesa lunga e, ora, faticosa.
Assopito all’ombra di un solitario abete, una serpe scappa nel momento in cui Giada le passa vicino, urla, balzi, un infarto mancato, un incontro mancato; per fortuna! Siamo nel mezzo del pendio, ma non vediamo ancora la luce in fondo al bosco, il piano, un ponte, un ruscello, la carrareccia.
Arriviamo al Ponte sul Grigno, sull’omonimo torrente, con le mie gambe completamente al limite, Giada no. Con me ho sempre appresso troppo peso fotografico, chissà quando questi ingombri diverranno piume. Rasento la stanchezza finale, dannata fotografia.
Ora, devo concentrarmi per non mollare tutto lungo la strada, chiudo gli occhi e marcio a denti stretti verso la salvezza, un bellissimo parcheggio assolato ammantato da centinaia d’auto. Agognare a tanto significa essere alla frutta, e lo sono, lo ammetto. Strada sterrata ai piedi, testa nelle gambe, sguardo verso l’obiettivo, non quello fotografico.
Il laghetto con sbarramento artificioso è il segnale che anticipa la fine, intravediamo l’auto.
L’abbiamo lasciata nera, pulita, e la ritroviamo grigia, sporca di polvere biancastra del parcheggio. Sono bastati tre giorni per cambiarne l’aspetto. Pazienza, il primo temporale penserà al resto.
Smontiamo il nostro essere, lo riversiamo nel baule e ne chiudiamo le fauci ingorde. Malga Sorgazza, ricolma di avventori, attende la nostra gola arsa dal caldo.
Coca Cola per lei, birra per me, tanto per variare. Seduti all’ombra del muro perimetrale, godiamo ogni goccia di nettare zuccherino e ci perdiamo in esso spegnendo il volume della caciara di persone che parlano, ridono, urlano, mangiano, bevono, si sollazzano al sole. Mentre il mondo corre, al contrario noi siamo in un film a rallentatore.
Bando alle ciance, non possiamo mica mettere radici al ristorante. Quindi, impostato il navigatore alla meta successiva, ripartiamo per una nuova avventura. Tappa successiva, Lamon, B&B Locanda Ponte Serra, ma qui parliamo di un altro racconto.


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