Anello dell’Altopiano di Asiago – Tappa 3

L’Altopiano dei Sette Comuni, noto anche come Altopiano di Asiago dal nome dell’omonimo centro abitato, è un vasto altopiano situato nelle Prealpi Vicentine fra le province di Vicenza e di Trento. L’altopiano è un ampio massiccio montuoso dalla forma pressoché quadrangolare che occupa una superficie di oltre 600 kmq, entro un intervallo altimetrico compreso fra gli 87 m e i 2.341 m s.l.m.. A ovest è delimitato dalla profonda Val d’Astico, a nord e a est dalla Valle del Brenta, e a sud dai pendii di alcune colline pedemontane dell’alta pianura vicentina. Il percorso che abbiamo affrontato si snoda lungo i pendii e gli ampi pianori delle vallate presenti nell’area settentrionale dell’omonimo altopiano. Il tracciato, sviluppato lungo diversi Sentieri CAI, mulattiere, strade sterrate e sentieri meno battuti, inizia e si conclude presso il paese di Gallio, passando per Castelloni di S. Marco, Cima della Caldiera, Monte Ortigara, Cima Dodici e Cima Portule.

TAPPA 3

(Bivacco Buse delle Dodese – Gallio)

La stanchezza del giorno precedente, o forse il pensiero della lunga camminata che accompagnerà l’intera giornata odierna, mi sveglia ancora prima che il Sole faccia capolino su Cima Undici, ancor prima che i raggi solari accarezzino il bivacco, ancor prima che riescano a penetrare silenziosamente nelle fenditure delle persiane. Nella branda i minuti passano lentamente, non hanno alcuna intenzione di correre freneticamente come fanno di solito, anzi camminano placidamente lungo il loro percorso non curanti della noia che mi insegue. Intontito dal breve riposo notturno e stufo d’aspettare la sveglia, abbandono il caldo giaciglio e, coperto di tutto punto, esco dalla dimora. Mi adagio beatamente lungo un liscio masso, tutt’attorno il prato inumidito dalla fresca rugiada brilla di infinite stelle.
Il cielo è completamente terso, le nubi minacciose della sera precedente stanno riposando in qualche zona remota non accessibile allo sguardo. L’aria è briosa, un’effervescente esuberanza di freschi profumi alpini misti a una euforica luce vaporosa si espande nella cristallina volta celeste avvolgendo la vallata che dorme profondamente. Le cime aguzze, sovrastanti la Val di Sella, lentamente vengono irradiate da miti tinte giallo-ambrate e le vette, vestite con abiti dai delicati toni cangianti dell’alba, risplendono in tutta la loro bellezza sfamando occhi golosi di cotali delizie. Il tempo passato ad ammirare questa memorabile esperienza, che ubriaca i sensi ed estasia lo spirito, scorre lentamente scandito da ogni singolo mio respiro intento a ghermire tutti gli attimi di questo momento.
I miei compagni, uno ad uno, assonnati e stanchi, timorosi e traballanti, spuntano dalla minuta casetta. Trascorriamo assieme interminabili minuti ad ammirare le meraviglie della valle che pian pianino si risveglia, mentre il caldo Sole spunta lungo i pendii rocciosi di Cima Undici inondando la valletta con un’ondata di calda, morbida e vellutata luce ambrata. Tutt’attorno le aspre rocce, gli steli d’erba e i variopinti fiori risplendono risaltandone gli sgargianti colori.

Cima Dodici vista dal Bivacco Buse delle Dodese

Immersi da cotanto splendore, rifocillati e lavati, dedichiamo gli ultimi minuti prima della partenza per scattare qualche fotografia e ammirare per l’ultima volta questo spettacolo di rara beltà.
Partiamo verso l’ultima meta di questa breve vacanza, obiettivo: Gallio, ovvero la casa da dove siamo partiti due giorni or sono. Seguiamo il sentiero che conduce ai piedi di Cima Dodici e al bivio deviamo in direzione Cima Portule prendendo il Sentiero CAI 208.

I pianori dell’Altopiano di Asiago
I pianori dell’Altopiano di Asiago

Procedendo con qualche modesto saliscendi in prevalente direzione Sud-Ovest, costeggiamo Monte Gomion (o Monte Trentin) ai cui piedi vi sono innumerevoli massi ammorbiditi dal tempo e dalle intemperie, profondi e tetri squarci nelle piatte rocce di inusuali pianori scavati dalla pioggia e sparuti pini mughi che, solitari, si godono il rovente sole di questa splendida giornata di inizio estate.
A circa un’ora e mezza di cammino, raggiungiamo Porta Trentina, uno squarcio verso la Valsugana contornato dalle vette Monte Gomion e Cima Portule.

Porta Trentina è una stretta finestra sulla Valsugana

Incontriamo un simpatico e arzillo vegliardo, veterano di queste terre, con il quale trascorriamo la breve sosta discutendo prevalentemente sui personaggi atipici e bizzarri che si possono incontrare in montagna e lungo i sentieri trafficati dai montanari della domenica. E’ piacevole ascoltare le sue tesi e argomentazioni, in alcuni momenti con tratti spumeggianti ed esilaranti, e condividerne alcune sfaccettature, che purtroppo rispecchiano la realtà. La sua conclusione è che, in parole povere e spicce, il rispetto della natura, in particolar modo della montagna, lambisce solo in parte l’animo umano e che difficilmente si possono incontrare persone che sanno cosa significa vivere la montagna, in armonia con essa e senza disturbarla con, per esempio, schiamazzi cittadini.
Salutato il battagliero e vivace signorotto, riprendiamo la via. Il tratto che ci separa da Cima Portule è aspramente impervio: un pendio erboso, quasi verticale, si erge fino alla vetta, un sentiero, quasi inesistente, sale vorticosamente per poi sparire alla nostra vista, una cima, quasi impossibile, aspetta il nostro arrivo in trepidante attesa. Con calma, con molto calma, raggiungiamo la vetta dopo ben quarantacinque minuti di puro godimento. Lungo la cresta, setto di divisione fra l’Altopiano dei Sette Comuni e la Valsugana, ammiriamo l’imbarazzante dirupo che si fionda nel fondo valle dalla cui sommità si intravede un incredibile scenario naturalistico. In vetta, il panorama a 360 gradi è strabiliante: la valle e l’altopiano sono ai nostri piedi, due scenari radicalmente diversi in cui il verde delle morbide colline della Val d’Assa, minore della Valsugana, creano eccezionali contrasti cromatici con i brulli pianori rocciosi del pianoro solcato dalla Grande Guerra.

Fortificazioni militari incontrate lungo il sentiero

Dopo una opulenta sosta di ben trenta minuti, riprendiamo il cammino. La strada è lunga e ci aspetta ancora una succulenta scarpinata. Da Cima Portule (2.308 m) fino alla Bocchetta di Portule, il sentiero si snoda sinuoso: dapprima lungo il crinale del monte e poi sulla dorsale dello stesso, costeggiando immense doline, boschetti di pini mughi e delicati saliscendi che solo nell’ultimo tratto, immerso in una rada selva di pini, abeti e larici, rivela una pendenza moderatamente più impegnativa.
Stanchi ed esausti, ci riprendiamo dalle fatiche visitando l’imponente postazione in galleria ove sono presenti i resti della cisterna d’acqua, dalla capacità di circa 80 metri cubi, realizzata dagli italiani e, successivamente, ampliata e sensibilmente migliorata dai genieri austriaci, la cui acqua veniva pompata dalla sottostante Val Renzola.

I pendii rocciosi che in lontananza si sfumano nelle scure tinte verdi dei mughi

Assetati più che mai, riprendiamo la marcia fino alla Fontanina di Bocchetta Portule posta lunga la bianca strada sterrata che, partendo dall’omonima bocchetta, raggiunge le aree limitrofe di Asiago. Breve sosta per riempire le borracce assetate e per un’ubriacatura coi fiocchi. Satolli d’acqua da annegare, riprendiamo nuovamente il cammino.
Il cocente Sole essicca tutti i nostri pensieri, la possente stanchezza scioglie quel poco di forze rimaste e la grossolana ghiaia frattura i sofferenti piedi, il gruppo inizia ad assaporare la dura realtà del sentiero che si snoda lievemente e sinuosamente verso il fondo valle. Siamo troppi affaticati e stanchi per poter apprezzare questa strada praticamente pianeggiante. Il cielo sembra comprendere le nostre sofferenze quasi a voler piangere con noi lungo l’infinita via che ancora ci attende. Grigi coltri nuvolose con forti venature nerastre coprono la volta turchese e le sommità più alte dei monti circostanti, l’aria diventa più pesante e umida, la luminosità sembra evaporare. La candida biscia serpeggiante nel tetro bosco di abeti si espande nella Valle di Portule fino al limitare dello sguardo, straziante.
Raggiunta località Monumenti risaliamo, sempre seguendo la strada sterrata, fino a raggiungere l’ex Casara Portule di Sotto. Da lì a poco, una degna sosta per riposare serenamente cingendo fra le mani un bel panino goduriosamente farcito con formaggio e affettati.
Interessata dal gruppetto di viaggiatori, in particolar modo incuriosita dalle leccornie preparate, una famigliola di asini si avvicina impavida alla ricerca di qualche ghiottoneria. In qualche modo ci inventiamo pastori, o burlescamente vaccari, per allontanare i somari troppo invadenti e assaporare gli ultimi minuti di pausa, in tranquillità si spera.
L’oretta di sosta, molto ben gradita, purtroppo giunge all’epilogo. Siamo costretti a riprendere il nostro cammino. La strada è ancora lunga, troppo, e purtroppo ci attendono parecchi chilometri da solcare.
Lasciamo frettolosamente la ghiaiosa mulattiera alle nostre spalle, pur di concludere questa sterminata scarpinata, per poi fiondarci nella fitta selva in prossimità del Monte Dubiell. Abeti, larici, ontani e ogni genere e tipologia di arbusti, i rami creano intricate maglie che ostacolano passo dopo passo il sentiero, se così si può definire, il quale discende ripido lungo il pendio. La fitta selva lascia sovente spazio a striminzite radure erbose, spumose e verdeggianti. La fluente chioma smeraldina ha smarrito i ricordi di un tempo passato in cui pecore, capre o vacche pascolavano in queste minute radure che oramai sono lasciate in mano alla natura più selvaggia. L’abetaia lascia spazio a una magica faggeta, lo spoglio terreno è ricoperto interamente da brunastre foglie lanceolate che scricchiolano al nostro passaggio, i grigi tronchi maculati svettano fieri verso la luce come colonne di templi greci, la volta smeraldina sovrasta le pendici del monte oscurando il cielo, l’aria è fresca e umida, fragranze speziate di corteccia, humus, funghi e sottobosco, inebriano i nostri sensi catapultandoci nei fatati boschi incantati delle fiabe. Al limitare inferiore del bosco, in alcuni spiazzi erbosi che si diramano prepotentemente ai piedi dei faggi, scorgiamo sgargianti nuvolette lillà: le orchidee spontanee spruzzano le loro screziature violacee tra i fili d’erba creando un eden che risolleva gli animi degli affaticati escursionisti.
Stanchi, stremati e sfiancati, proprio cotti a puntino, strisciamo sulla bianca strada sterrata che ci accompagnerà per un centinaio di metri fino alla località Croce del Francese (1.393 m s.l.m.) ove imboccheremo una nuova mulattiera; questa si sviluppa sulla lato sinistro della valle. Lungo questo breve tratto di carrareccia le auto dei vacanzieri sfrecciano verso casa. Una dopo l’altra, sballonzolate dalle innumerevoli buche, si allontanano dai nostri sguardi per poi perdersi dietro l’angolo della vicina curva. Osservare questo incessante via vai di turisti, fagocitati dalle loro automobili e comodamente seduti sui loro morbidi sedili, non fa certo bene al morale della truppa che, oltretutto, è decisamente a terra per la stanchezza.
La nuova traccia, che ci accingiamo a conquistare con fatica, solca il lato occidentale del Monte Zebio. Il primo tratto, dolce e leggermente in salita, termina senza indugio ai piedi di un’irta salita, da qui in avanti si inerpica prepotentemente sul rilievo boscoso che sovrasta Asiago. Forse è l’immensa spossatezza, che annebbia il nostro senso critico, o forse è la stessa mulattiera, che sale ripida sul pendio, ma la via che stiamo percorrendo sta diventando decisamente più difficoltosa di quanto avevamo previsto nei giorni addietro.
Lungo il sofferto cammino frequentemente incrociamo i resti e i ricordi della Grande Guerra: autentiche testimonianze di un passato drammatico che ha inesorabilmente inciso il volto di questa regione. Le latte arrugginite, ammonticchiate a lato del sentiero, sono gli ultimi resti bellici rimasti; indubbiamente i soli reperti non collezionati da musei, sciacalli o turisti.
Arrivati in quota, la mulattiera si collega a una serie di altri percorsi sterrati, carrozzabili o semplicemente ampi sentieri, tutti molto ben segnalati e curati che lasciano percepire la vicinanza al Monte Zebio: ricco di testimonianze storiche e sede di un museo all’aperto. Proseguiamo lungo la via, sempre più provati, sempre più stravolti. All’interno del bosco di latifoglie incontriamo, uno dopo l’altro, tre cimiteri di guerra molto ben conservati e segnalati. Due ore scarse e giungiamo al Bivacco dell’Angelo, posto a ridosso del museo all’aperto dell’omonimo monte.
Brevissima sosta, illusi di essere oramai giunti al termine di questa interminabile camminata, ci rimettiamo in sella dei nostri scarponi. Le indicazioni di luoghi di guerra, di musei, di cancelletti e di trincee ricostruite, confondono il nostro orientamento facendoci perdere il sentiero di nostro interesse. Dopo svariati saliscendi e qualche dietrofront, frustrati come non mai ci imbattiamo in una traccia in discesa che ci porterà in prossimità della meta. La sconnessa via scivola sull’irto pendio immerso nel bosco come un torrentello incastonato fra i massi di uno stretto fondovalle. Si congiunge a un’ampia strada carrozzabile, in parte asfaltata e in parte grossolanamente grattuggiata, che si tuffa in linea retta verso Asiago.
La stanchezza, incalcolabile e incontenibile, porta la truppa verso l’oblio, il paladino assume toni cinerei, le percezioni si annullano e il silenzio regna sovrano. Siamo una landa desolata, arsa dal sole, sferzata dai venti e flagellata dalle intemperie. Le personalità dei singoli sono schiacciate dal gravante fardello di questi giorni.
La gravità conduce i nostri passi verso una caduta nella civiltà. Speranzosi di cogliere lontani rumori urbani, dopo un’ampia mezz’ora, finalmente, arriviamo ai margini settentrionali delle propaggini del paese. Pur di accorciare la distanza che ci separa dall’arrivo, prendiamo una deviazione verso sinistra lungo una stradina sterrata che discende fluidamente lungo il morbido pendio boscoso, dapprima passiamo per un’ex discarica, poi nei dintorni di una cava, e infine arriviamo a Gallio; solo alcune villette ci separano dal nostro agognato traguardo.
Ore 19:30, completamente logorati dall’abominevole camminata. Scattiamo la foto di rito per scrivere la parola fine a quest’infinita avventura. Ci accasciamo in casa e, a turno, uno dopo l’altro, godiamo della calda doccia. Gustiamo qualche prelibatezza offertaci dai vicini di casa, sprofondiamo chi sul divano chi sulle poltroncine, qualche chiacchera in compagnia e poi dritti a dormire per l’ultimissima meta del nostro viaggio: il letto.


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