Argentina – Lago Electrico
Il Lago Eléctrico è una meta sufficientemente distante dalla cittadina di El Chaltén per guadagnarsi l’avvicinamento con mezzi motorizzati, quali auto a noleggio o minibus dei trasporti privati. Per tutti coloro che si ritengono audaci, il lago azzurro si raggiunge anche con l’ausilio delle proprie gambe seguendo la strada sterrata, unica a collegamento. Ci sono alcuni sentieri che portano in quella zona, ma immagino che tra andata e ritorno, oltre al percorso per raggiungere il lago, siano necessari almeno due giorni. Perdere tempo in lunghi avvicinamenti a piedi significa escludere altre escursioni verso mete altrettante interessanti, quindi è consigliato l’uso di mezzi quali l’auto a noleggio (vedere El Calafate o l’attiguo aeroporto) o i servizi navetta disponibili a El Chaltén; prestazioni prenotabili presso qualsiasi alloggio. Quindi, a tal proposito, nei giorni precedenti, abbiamo prenotato un trasporto con bus privato presso il B&B Hosteria Alma de Patagonia, ove alloggiamo.
Le previsioni meteorologiche sono confermate dal cielo plumbeo, dal vento umido, freddo e pungente, e dalle montagne tagliate a mezza costa. Quello che molto presumibilmente ci aspetterà nell’arco della giornata lo lasciamo alle ore a venire, meglio non pensarci.
L’angolo fra le strade Ruta Las Lengas e Ruta Leonel Terray, a due passi dal B&B, è la nostra fermata del servizio navetta. Le strade sterrate sono macchiate da numerosi specchi d’acqua che riflettono il grigiore celeste, pozze formatisi nella notte trascorsa. A un paio di minuti dopo l’orario prestabilito d’incontro, compare un piccolo autobus bianco colmo di persone che, come noi, sono dirette verso le remote località a settentrione. Altre fermate raccolgono gli ultimi viaggiatori, per proseguire diretti lungo l’unica strada che conduce verso nord.
Lasciata El Chaltén alle spalle, la carrareccia segue l’andamento sinuoso del pendio montano nel punto in cui incontra i piani orizzontali della landa alluvionale. Il Río de Las Vueltas corre a breve distanza gorgheggiando nel suo alveo sassoso. L’inquadratura è incorniciata da un’intelaiatura di grigi, un lato di nuvole e un altro di ghiaia e roccia, e acqua limacciosa. Al suo interno si alternano paesaggi verdeggianti dai toni spenti, desaturati dal clima avverso. Valli, pendii montuosi, ponti in legno e casupole sparse nella rada boscaglia.

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La prima sosta è la nostra, con noi un paio di altri avventurieri. Chissà dove andranno tutti gli altri? Immaginiamo all’Estancia Los Huemules o alla Laguna del Desierto, o verso altre mete, chissà.
Il vasto piazzale ghiaioso, in rappresentanza del parcheggio, è il punto di partenza dell’odierno trekking.

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Studiando la cartina, la via da seguire per il Lago Eléctrico punta verso sud nell’ampia valle dal fondo alluvionale. Cinta da alte pereti boscose, la pianura si mostra ammantata da alberi e arbusti sparpagliati alla rinfusa, tranne nei solchi disegnati dai torrenti.
La traccia di fine ghiaia e sabbia è ben visibile nella bassa vegetazione e scorre veloce sotto incalzanti passi. Giunto al bivio, il sentiero vira verso ovest inoltrandosi nella fitta boscaglia di Nothofagus, comunemente noti come faggi australi. Numerosi tratti sono imbevuti d’acqua proveniente dalle copiose piogge della notte precedente e dagli svariati ruscelletti che incrociano il cammino. Diversi ponticelli di fattura sgrammaticata uniscono lembi di terra intagliata da rii d’acqua limpida, e ne agevolano l’attraversamento.

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Inoltrando i passi nella Valle del Río Eléctrico il bosco vira nella forma e nella sostanza, scompaiono i ruscelli, il sottobosco diviene più omogeneo e caratterizzato principalmente da morbida erba, e gli alberi mutano in altre specie di faggi australi.

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La piacevole passeggiata è immersa nel silenzio di un bosco disabitato, o quasi. Se non fosse per due incontri inaspettati, potremmo essere gli unici esseri viventi a sangue caldo, in questa terra di freddo e vento. Una femmina di Huemul, cervide della Patagonia, pascola tranquilla nell’erba alta, osserva i due viaggiatori a debita distanza per poi allontanarsi con disinvoltura, quasi non fosse interessata alla presenza di estranei. Al contrario, una grossa lepre accucciata fra le erbe si volatilizza all’arrivo di bipedi dall’aspetto tutt’altro che minaccioso.

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Al limitare di due ambienti, al confine labile e duttile fra il bosco e la piana erbosa, un parallelepipedo verde, dai toni spenti, rappresenta l’ultimo riparo prima di entrare nei territori selvaggi. Il Refugio Piedra del Fraile, e gli edifici annessi, hanno assi di legno a formare le stretture e ondulati di metallo per i tetti a doppia falda.

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Gli alti alberi di Nothofagus, che costituiscono il boschetto ove è incastonato il rifugio, rappresentano un ombrello naturale in protezione dal vento umido che soffia da ovest. Ai piedi dei tronchi, che si stagliano verso le rispettive chiome, vi sono diverse costruzioni lignee funzionali al rifugio stesso. Nella macchia arborea si erge un pendio scosceso di una bassa collinetta. E’ un’isola nella corrente dei venti, un baluardo roccioso che segna il confine fra un ambiente rigoglioso, verso valle, e quello alpino, freddo e poco ospitale dell’alta valle, verso monte.
Il sentiero prosegue salendo sul dorso del foruncolo geologico e raggiunge il punto panoramico in perenne ammirazione delle montagne. Compare così un nuovo panorama di roccia, e roccia. Una vasta piana di sedimenti alluvionali si estende sull’intero letto della valle, sul suo ventre scorre il Río Eléctrico dalle tonalità grigio-azzurrognole, fredde e glaciali.

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In quella pianura, là dove non si scorge alcun sentiero, se non deboli tracce, è immaginariamente presente la via da seguire.
Proseguendo lungo il dorso della collinetta, il sentiero scende repentinamente fino al pianoro sottostante. La flebile traccia nella sabbia e gli sparuti ometti sassosi indicano la via, o quello che dovrebbe sembrare.

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Col capo chino sul terreno – non per cacciare le orme di una fantomatica preda, ma per sottrarre il viso al forte vento – proseguiamo a tentoni in un ambiente lunare. Ispirati dall’intuito, più che dalle tracce e segnalazioni disorientate, conquistiamo con fatica la sponda opposta della pianura rocciosa.
Un ampio dosso di roccia levigata da presenze glaciali passate diviene un riparo inaspettato; propizio per assaporare il silenzio dimenticato, causa vento furente che ululava nelle orecchie. La vegetazione torna a rifiorire, seppure con arbusti ed erbacee di minor entità.
Il riparo naturale per loro indica uno accogliente per noi, se tale si può definire.

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Le previsioni meteorologiche prevedevano, oltre al vento, anche pioggia, prima poca, che non tarda a venire, poi più copiosa. Le gocce rincorrono il vento, lame orizzontali di acqua ghiacciata sferzano la voglia di proseguire, e la forza di lottare vola via non appena il sentiero guadagna una quota maggiore. Il bacino azzurro del Lago Electrico compare in un oceano di nubi grigie che annullano le saturazioni ambientali, di per sé già sofferenti per il rigido clima. Proseguire il cammino diventa ben presto la rinuncia della giornata, seppur i buoni propositi che anellavano la visione integrale del lago. A dire la verità, gli obiettivi erano molteplici, almeno sulla carta, almeno prima di conoscere sulla pelle il meteo patagonico, ed erano: Laguna Pollone, per ammirare il monte Fitz Roy da un’altra prospettiva, e Laguna Marconi, per scoprire il ghiacciaio Glaciar Marconi. Sarà, forse, per un futuro viaggio.

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Capitoliamo penosamente e battiamo la ritirata. Passi afflitti si muovono nello sconforto delle mareggiate d’aria imperiosa. L’istinto orienta la rotta verso quella lontana collinetta che sarà rifugio, e il rifugio sarà riparo dalla pioggia, dal vento e dal freddo.

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Se non fosse per una tenda, allestita a ridosso del Refugio Piedra del Fraile, e di alcune voci maschili al suo interno, si potrebbe pensare che sia tutto disabitato.
Nel modesto caseggiato dipinto di verde intravediamo alcuni avventori, entriamo. Nel nostro immaginario tipicamente italo-alpino ci aspettavamo una temperatura più mite, se non addirittura calda come spesso si assapora nei rifugi alpini, al contrario è poco superiore a quella esterna. Nessun gestore si promuove per accogliere i nuovi ospiti, quindi prendiamo posto a un tavolo libero, e attendiamo speranzosi. Altri tavoli sono guarniti da avventori, tutti in attesa, stranieri come noi che compongono tre distinte compagnie. Rompiamo il silenzio importunando colui che serve alcuni piatti al gruppo più numeroso dei presenti, la richiesta viene evasa parzialmente, cioccolata calda si, torta fatta in casa assente.
La virata di metà giornata, ovvero la rinuncia anzitempo-avverso, promette una lunga attesa fino all’orario di incontro con la navetta per El Chaltén. Il percorso di rientro, lungo il sentiero dell’andata, occuperà meno della metà del tempo a rimanere, il restante dobbiamo occuparlo in loco per evitare di attendere inutilmente sotto la pioggia.
Stufi dell’attesa interminabile, decidiamo di inoltrarci nel freddo.
Il rientro è all’insegna di una camminata dal flemmatico ritmo, e ci dobbiamo mettere d’impegno, sforzare, perché non siamo inclini a questa indolenza.
Ogni occasione è buona per fermarsi, osservare nuovamente un tronco contorto simile a quello dell’andata, e un altro ancora, un’orchidea detta Palomita, un’altra e un’altra ancora, dei funghi del genere Cyttharia appesi ai rami, e altri caduti a terra perché maturi, una pianta diversa dalle altre, e altre diverse dall’altra, altre a seguito di altre ancora.

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La speranza di vedere altri animali inclini a farsi osservare e fotografare, per farci perdere altri minuti preziosi, è altissima e, al contrario delle aspettative esageratamente elevate, non incontriamo alcunché, siamo persino mal visti da uccelli frettolosi.

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I luoghi vengono percorsi a ritroso in un clima contrario, propenso a non porre tregua alle sferzate, tutt’al più è intenzionato a incrementarne i ritmi battenti con raffiche orizzontali tali da annullare qualsiasi protezione si indossi.

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A oltre mezz’ora dall’ora X, ci nascondiamo vergognosamente sulla ripa arbustiva a margine della strada, è una parvenza illusoria di riparo dalla pioggia, più concreta nello sfavorire il vento.
I minuti transitano in sequenza con le auto e i minibus a noi estranei, e l’ora X sfugge con essi. Il dubbio nasce di conseguenza: abbiamo perso la navetta? Eppure eravamo in ampissimo margine, o forse non l’abbiamo vista quand’è passata. Attendiamo.
Un rumore rimbalza sui sassi del selciato, e istintivamente ci lanciamo per strada come se sapessimo di dover catturare al volo il momento, e lo è. Bagnati e infreddoliti entriamo nello stipato autobus, l’umidità al suo interno è tangibile come la stanchezza dei corpi. I visi dei presenti riflettono la giornata odierna, coi grigi toni del cielo a fondersi omogeneamente nella tristezza collettiva, e senza fare grumi.
El Chaltén è rifugio, molto meno le sue strade frustate barbaramente da vento e pioggia.
La giornata termina in compagnia della malinconica serata, e in men che non si dica è ora di coricarsi per dormire. La cena non è mai esistita, salvo qualche cracker e biscotto di fortuna. Dopo la calda doccia, è bastato osservare oltre la finestra affacciata sulla cittadina. Inondata da raffiche di pioggia come se non ci fosse un domani, le casupole colorate erano afflitte da un flusso costante di strisce d’acqua che orizzontali correvano a per di fiato. Quell’angoscia di rivivere il freddo della giornata appena conclusa è bastata a estirpare anche il più insignificante proposito di uscire a cena. Buona notte.
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