Monte Megna e Castel de Leves

Due settimane fa l’ultimo weekend di lockdown causa Covid-19 e quello passato a Bergamo a trovare mamma. Questo, invece, è mozzo per via del corso di aggiornamento HACCP che ho dovuto seguire nella mattinata di Sabato; pomeriggio per le pulizie di casa. Oggi, ovviamente, giornata da dedicare alla montagna.

Molte cime sono “chiuse” causa pericolo valanghe, quindi è necessario mantenere un profilo basso, come la quota. Optiamo quindi per un sentiero nuovo, per me, da ripetere per mostrarmelo, per lei.
Si preannuncia un trekking semplice, tranquillo e poco impegnativo, ma con paesaggi nuovi e nuovi borghi da scoprire, panorami differenti e suggestivi, nuove emozioni da vivere alla ricerca della bellezza.

Lasciamo un’auto a Valbrona nell’ampio parcheggio del campo sportivo, punto di arrivo, e l’altra in uno minuscolo a Pagnano, punto di partenza. Nel mentre seguiranno la cima del Monte Megna, il Sentiero del “Vent del Tivan”, la cima di Castel de Leves e il sentiero verso Valbrona.
La temperatura si aggira attorno ai 3-4°C sotto lo zero, è umido e il vento siberiano appesantisce la freddura mattutina. Il Sole, che timidamente si nasconde dietro le vicine montagne, potrebbe regalarci quel tepore tanto desiderato, ma si astiene dal farlo.
Pagnano, frazione di Asso, è un piccolo borgo di strette stradine soffocate da antiche case di pietra e calce. Lo attraversiamo per salutarlo ben presto all’imbocco di una stradina sterrata, questa si allunga fra prati agghindati dall’ultima neve e tristi filamenti d’erba che sognano la Primavera.
L’incontro col Sole è una delicata gioia di sentori caldi, piacevoli e dolci, anche se, purtroppo, il gelo resta padrone dell’ambiente.
La stretta carrareccia segue l’antico percorso flessuoso che conduce alla località Megna. Questa, meta di svariati giretti per occupare mezze giornate o per una semplice passeggiata rilassante, è un minuto borgo di case in pietra situato in una valletta erbosa, simile a un altopiano, incastonata fra boschi di castagni. Poco più in alto, al di sopra delle chiome degli alberi spogli, si nasconde Monte Megna. Oltre i pascoli letargici della piana, vi è una grande stalla grigiastra dove immaginiamo siano al riparo vacche, capre e cavalli che, in genere, vediamo bellamente liberi a pascolare.
Da qui in avanti seguiremo la via del sentiero, nel bosco, al Sole. Il percorso è facile, poco impegnativo, sale dolcemente lungo il versante meridionale del monte, dapprima verso sinistra per un breve tratto, poi tutto a destra con un’infinita ascesa, lenta, fino a raggiungere un dosso. Prosegue sempre in salita, leggermente più pendente, ma assolutamente non difficile. I tratti in ombra sono frustate di freddo e vento gelido, quelli al Sole un caldo abbraccio in cui perdersi. L’ultima salitella, fra noccioli e qualche ciliegio e quercia, porta a un’apertura che dà sulla vallata opposta, una dolce cresta erbosa nelle stagioni temperate, ora un manto di dura neve ghiacciata e luccicante, e un bivio. A destra il Sentiero del “Vent del Tivan” e a sinistra la direzione verso la vetta.
Veniamo investiti dal vento, uno schiaffo di aria dura e ruvida come granito, fino alla sommità di Monte Megna. Velocemente, una croce, un minuto altare, pianticelle arbustive pietrificate dalla neve, uno sguardo verso l’intorno con vicine montagne imbiancate e lontane pianure sbiadite dalle nebbie, e via di corsa a cercare un riparo. Se sotto il guscio avessi messo il micropile nello zaino sarei resistito qualche minuto, ma il pensiero di scoprirmi per scaldarmi, forse, è indigeribile. La salvezza, il bosco a breve distanza, punto.
La nuova via, denominata Sentiero del “Vent del Tivan”, è un lungo taglione della propaggine settentrionale del monte che porta alla località Crezzo. Il “Vent del Tivan” prosegue fino a Bellagio, noi per ora ci limitiamo alla Conca di Crezzo, infine Castel del Leves. Il sentiero scende e poi risale dolcemente, scende e risale delicatamente, scende, risale, scende, risale; perdiamo il conto delle variazioni di quota e ogni successivo dossetto sembra l’ultimo di un’infinita serie. Un percorso rilassante, piacevole, che permette di ammirare il bosco, i tronchi dalle svariate forme e dimensioni, le chiome spoglie degli alberi che intrappolano il vento gelido da una parte e i raggi solari dall’altra, un tappeto di farinosa neve impastata con foglie di faggio, betulla o altre arboree a noi ignote, e lontane sagome di rugose montagne innevate, miraggi indistinti schermati da migliaia e migliaia di rami.
Crezzo si crogiola placidamente al Sole avvolto nei prati screziati di paglia e sfumati da smunti verdi dai toni svogliati. Dai comignoli delle case aleggiano effimeri sentori di legna bruciata, sagome indistinte compaiono e svaniscono oltre muri in pietra, segnali di vita in una piana silenziosa di pascoli e campi assopiti nel letargo invernale. Un laghetto, stinco gelido, dalla livrea di bianco dipinta, è attorniato da sparuti canneti dai baldanzosi pennacchi ocracei che ondeggiano al ritmo della danza del vento. La neve che lo circonda riflette l’abbacinante lucentezza del tardo mattino, bella quanto accecante.
Breve pausa con una calda tisana coccolata nel termos. Ci lasciamo baciare dal caldo Sole e ne rubiamo ogni stilla di calore per ritemprare le membra intirizzite.
La strada asfaltata è il passaggio successivo verso la prossima meta intermedia. Una decina di minuti, forse più o forse meno, circa, ci conducono al bivio nei pressi del Sacrario di Conca di Crezzo dove è caduto l’aereo di linea ATR-42, anno 1987. Qui prendiamo un traccia che si sfuma fra neve e foglie secche, indicativamente seguiamo impronte che presumibilmente conduco sulla retta via; Giada conferma la loro direzione. Il sentiero sale sul versante di sinistra, tranquillo e pacifico, fino a un belvedere sul Lago di Como, Mandello del Lario, Abbadia Lariana, le Grigne e i Piani dei Resinelli, il Resegone e Lecco sul finire. Lungo le minute calcaree pareti rocciose del castello scivolano verso terra innumerevoli stalattiti di ghiaccio, gocciolanti e luccicanti. Alcune catturano la nostra attenzione, in particolar modo quelle spiaccicate sul tronco ricurvo di un albero, e dei vicini ellebori cangianti che risplendono di luce. La foto a seguire racconta al meglio la scena.

Stalattiti di ghiaccio ed ellebori

La via prosegue seguendo un tornante accompagnato da un parapetto in acciaio, sale obliquamente puntando verso il Sole fino a raggiungere il dorso del monte. Ora vira nuovamente verso Nord puntando alla vicina vetta.
Castel del Leves è una cima decisamente poco appariscente, immersa nel bosco, fra rocce corrose dal carsismo, e una vista stupenda sul Lago di Como e le Grigne. Un dettaglio, strano e ambiguo, coglie il mio interesse, ovvero il cartello che indica l’apice del monte è posto a una quota più bassa della vetta, che reputo tale; e parlo di almeno 4-6 metri in meno, bizzarro aggiungerei.
Pranziamo, solito panino con crema nocciole e cacao, Nutella lei e Novi io.
Nelle scure acque blu del Lago di Como intravediamo uno sciame di vele bianche che si muovono in sincronia sgraziata, prima da una parte, poi da un’altra, infine in un direzione nuova per poi tornare indietro, sarà una scuola di vela, presumo. Li lasciamo al loro divertimento, è ora di prendere la via di rientro.
Ripercorriamo i passi passati fermandoci nuovamente nel punto panoramico per ammirare un’ultima volta le bellezze lacustre e montane del lecchese.
La strada asfaltata ci aspetta a poca distanza con al seguito Conca di Crezzo.
Il laghetto solitario incontrato stamane è ora in compagnia di tre ragazze che piroettano sulle sue acque ghiacciate, due un pizzico impacciate, un’altra, al contrario, decisamente più brava. Ne ammiriamo i movimenti mentre ci allontaniamo dall’abitato per perderci nel vicino bosco.
Il sentiero taglia orizzontalmente il boscoso dorso settentrionale di Monte Megna, ripido e scosceso. La piacevole traccia porta ben presto all’Alpe di Monte, minuto borgo di cinque o sei case appiccicate le une alla altre, tranne una, di pietra e legno, circondate da ampi prati, un panorama arioso su Valle Gaggianega e Valle di Torera, boschi tutt’attorno e un cielo terso di azzurro e luce. La via passa dall’Alpe Prezzapino, abbandonata, e scende verso Valbrona divenendo mulattiera, poi strada sterrata e infine asfaltata, in paese.

Stalattiti di ghiaccio e primule

Un cartello informativo indica Sassi della Strega, Massi Erratici e Massi Avelli, dobbiamo organizzare un’altra escursioni in questo angolo di Vallassina a noi ignoto.

Saliamo in auto per spostarci a Pagnano, punto di partenza. Oggi è stata una giornata alla scoperta di piccole gemme delle nostre montagne, bellezze poco famose che meritano sicuramente un’altra visita.


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