Islanda – Giorno 7

Luglio 2017, destinazione Islanda

L’Islanda è un’isola dalle meraviglie naturali che negli ultimi anni sono diventate famose grazie a stupende fotografie e filmati. È una terra che sorprende e non delude, è un universo di luoghi dalla bellezza disarmante. Seppur sapendo esattamente cosa avrei incontrato, la realtà è ben lontana da quello che pensiamo di trovare e visitare. Ogni singola sfaccettatura è sorpresa, spettacolo, meraviglia. Ho scoperto posti famosissimi che toccandoli con mano si sono trasformati in luoghi mai visti; come se le immagini digitali, impresse nella mia mente prima del viaggio, diventassero immediatamente una scialba rappresentazione della loro bellezza. Raccontare l’Islanda in poche parole è impossibile, bisogna viverla almeno per una volta nella vita, ma sono certo che al vostro ritorno sentirete l’irrefrenabile voglia di tornarci un’altra volta, ma anche una terza, se non addirittura una quarta o quinta… o sesta… Il “mal d’Islanda” è sinonimo di “mal d’Africa”, penso possa bastare come descrizione.

GIORNO 7

(Akureyri – Djúpalónssandur)

Sono disteso sui sedili dell’auto e osservo il panorama che mi circonda attraverso i vetri imperlati di gocce di pioggia, nella loro trasparenza filtra un caleidoscopio di forme e colori deformati dalle loro tondeggianti rotondità, una scena di un film onirico nato dall’immaginaria mente della rugiada e proiettato nella realtà grazie alla mia fantasia.
La valle glaciale abbraccia il mio sguardo cullandolo fra verdeggianti pendii, limita la visione del paesaggio a un’ampia conca pianeggiante dai confini obliqui che puntano verso il cielo dove sono tagliati orizzontalmente disegnando morbide creste, queste si perdono in lontananza nella direzione in cui la valle si incurva verso destra per chiudersi su se stessa e trattenere le mie fantasie.
Colazione, sistemo casa e riprendo il viaggio; direzione Hvitserkur.
Inseguo le indicazioni del navigatore che si susseguono con l’avanzare del viaggio: procedi di qua e di là, svolta a destra e a sinistra, procedi di qua e poi svolta là, e infine la destinazione è sulla destra.
Spengo l’auto nel parcheggio sterrato che domina il vasto golfo, oltre il Mar Glaciale Artico. Alle mie spalle 2 ore di viaggio, 150 chilometri di asfalto e terra battuta, valli glaciali, piane alluvionali, fattorie, case sparpagliate nelle lande desolate e pecore che punteggiano le pianure.
Volgo lo sguardo sull’immenso scenario marino che si allunga in direzione di un immaginario infinito dove le onde si fondono con il cielo, attorno alla baia le montagne cingono la tondeggiante insenatura racchiudendo al suo interno una lingua di nera sabbia che si estende per diversi chilometri da una sponda all’altra del breve fiordo.
Il posteggio, dalla forma tondeggiante, ha nel suo ombelico una sottospecie di aiuola informe nata per caso dal connubio di terra, sassi e erba ammonticchiati alla bell’e meglio durante la realizzazione del parcheggio. La sua bellezza non consiste nell’accurata selezione delle erbe più o meno verdi e della loro non studiata disposizione, o dell’oculata alternanza di terriccio brunastro e roccia grigiastra, bensì dalle tre lanuginose pecore che dormono profondamente in posizioni spettinate; sorrido nel vedere la bellezza della semplicità quando si mostra all’occhio umano nella sua essenziale naturalezza. Immagino i loro sogni: la più vicina a me, quella con una zampa anteriore allungata in avanti e una posteriore distesa all’indietro, che zompetta allegra su delicate colline accarezzate dal vento; l’altra, quella raggomitolata su se stessa come un gomitolo di lana, che dorme acciambellata su se stessa sognando la sua medesima pigrizia mentre uno sconosciuto la osserva in un parcheggio desolato; la terza, quella appollaiata sul cucuzzolo terroso con una zampa a penzoloni e il muso appoggiato su un sasso, che baldanzosa attraversa una strada asfaltata alla ricerca della migliore erba che notoriamente cresce sulla sponda opposta della via, questo mentre l’automobilista di turno esterna una vivace fioritura di imprecazioni nel momento in cui deve inchiodare il veicolo per non travolgerla e svegliarla dall’intrepido sogno.
Seconda colazione, sistemo il fardello fotografico in spalla e vado alla ricerca di Hvitserkur, una scogliera dalla forma tutta da scoprire e da ammirare. Il sentiero raggiunge il belvedere che sovrasta la formazione rocciosa a forma di elefante, poi riprende il cammino lungo l’irto pendio che cade rovinosamente fino alla sottostante spiaggia corvina.
Il pachiderma roccioso sonnecchia con le zampe immerse fra nera sabbia e intangibili onde che gli solleticano la pelle.

Hvitserkur

La bassa marea unisce la terraferma all’isola proboscidata tramite un effimero lido costellato da conchiglie, meduse mollicce, impronte di uccelli e una collezione di alghe dalle svariate forme, alcune dai capelli scarmigliati o altre simili a lingue giallastre di animali fantastici.

Medusa spiaggiata
Alghe come capelli

Gironzolo sulla spiaggia scrivendo il mio presente con lettere effimere che verranno cancellate dal mare nel momento in cui si impadronirà nuovamente del suo fondale. Le pagine scure di questo libro saranno nuovamente scritte da altri avventurieri e a loro volta dimenticate. In un ciclo senza conclusione, migliaia di vite hanno calpestato la storia del cupo arenile senza riuscire a scrivere la parola fine alla loro avventura.
Il mio fido destriero dal manto cenerino bruca in compagnia del trio lanuginoso indaffarato a spiluccare i migliori fili d’erba che il vicino prato può offrire loro.

Una di tre

Fagocito la terza colazione a base di mela, banana e uno Skyr ai mirtilli.
C’è chi va e chi viene, lascio Hvitserkur al sopraggiungere di un altro solitario turista inseguito da un turbinio di polvere brunastra sollevata dalla sua lercia auto.
La Strada n.1 mi attende con la sua sinuosa lingua di asfalto che mi accompagnerà verso la penisola Snæfellsnes. Altro asfalto, altri chilometri.
Sono le 10:32 e lo stomaco si torce e contorce quando il mio sguardo incrocia l’indicazione di un ristorante-fattoria in cui vengono serviti burgers con carne di bovino del loro allevamento. L’acquolina in bocca devo deglutirla a forza per fare zittire le fameliche viscere, l’orario di apertura dista solamente 2 infinite ore, troppe. Impongo alla mia labile forza di volontà di lottare contro l’attrazione letale che mi sussurra all’orecchio di infischiarmene del viaggio e fermare le budella sotto un comodo tavolo, con bocca e mani lorde di condimento, le fauci farcite di pane, carne, verdure, formaggio, salse o quant’altro, e dita gocciolanti di goduriosa succulenza dalle sfumature salate, delicate, grasse, dolci, acide o piccanti. Il viaggio a seguire è solo sofferenza e dolore, impalpabili al corpo ma tangibili al sognante cervello.
Torno alla realtà dei fatti, e non delle fantasticherie, quando incontro la seconda meta della giornata, Grabrok; tappa sconosciuta e imprevista. Il classico cartello indicante un’attrazione naturale, per il turista famelico è un’attrazione senza scampo.
Nel posteggio mi ritrovo a dover cercare un anfratto dove ancorare il mio panfilo, a tal proposito suppongo sia una meta importante sfuggitami durante la preparazione dell’itinerario islandese; oppure tutti sono cascati nel richiamo della sirena.
Un cartello informativo descrive l’inaspettato: il Vulcano Grabrok si erge assieme al fratellino Gabrokarfell in una piana alluvionale e vulcanica dove i detriti e le eruzioni si sono fuse in un’unica identità.

Vulcano Grábrók

Salgo verso la sommità del primo monte lavico seguendo un assito bianco-grigio-ocraceo che tavola dopo tavola, gradino dopo gradino, porta il visitatore ad ammirare un paesaggio interno di roccia scura, nera e brunastra conquistata da erbacee fiorite e non, e un paesaggio esterno di colline rocciose, montagne basse o poco più alte, di roccia e arbusti a perdita d’occhio, e a breve distanza il fratellino Gabrokarfell. Anche lui, come il maggiore, si gode il vento teso mentre schiaffeggia le nude rocce dei suoi brulli pendii rosso-brunastri.

Vulcano Grábrókarfell

Manco il tempo di lasciare un parcheggio che mi ritrovo a quello successivo; tappa conosciuta e imprevista. Altre indicazioni precedono un’altra attrazione turistica: la Cascata Glanni. Sono conscio del fatto che la cataratta non sia di inimmaginabile bellezza, decido comunque di vederla per aggiungere altra carne al fuoco a questo mio racconto; carne islandese, ripenso al panino dei miei sogni famelici, e non sono manco un carnivoro in madre patria, ma la combo fame-gola è sempre inarrestabile.L’abbacinante strada sterrata di ghiaino di bianco dipinto giunge alla Cascata Glanni attraverso un ambiente di basse piante arboree e una moltitudine di arbustive, verde su verde, verde su bianco accecante e sparuti bottoncini gialli, bianchi e violacei che punteggiano la monotonia cromatica. Il Fiume Norðurá solca la pianura brulla intagliandosi un piccolo anfratto di quiete all’interno della dura roccia: qui nasce la Cascata Glanni, un salto di qualche decina di metri che termina in un’insenatura del fiume dove le acque ribollenti riprendono il cammino verso il lontano Oceano Atlantico.

Dettaglio della Cascata Glanni

Un pescatore, baciato dal sole e spettinato dal vento, nella sua passione solitaria, attende con diligente pazienza che l’esca attiri la preda affamata; come un cartellone pubblicitario attira il turista affamato. Ora devo smetterla di pensare al cibo, altrimenti mangio le rocce che incontro.
Smartphone alla mano, apro l’applicazione My Maps che mi permette di accedere alla Google Maps “Islanda” creata ad hoc per il viaggio islandese.

Mappa dell’Islanda creata in Google My Maps

Cerco la Cascata Glanni sapendo che a brevissima distanza c’è un laghetto che potrebbe essere interessante da visitare, gironzolo nell’Islanda digitale e la dicitura Paradísarlaut balza subito all’occhio con la fotografia delle sua acque cristalline. Avanzo sulla strada biancastra per un centinaio di metri, forse molto meno, e sulla destra una ramificazione mi porta al laghetto.
È incastonato in una minuta depressione della piana, adombrato da piccoli alberi e un fitto boschetto di cespugli. Fiori ovunque come a precisare quanto sia rigogliosa la natura in questo sperduto eden. Le acque sono cristalline, azzurre e verdi, dai riflessi blu nelle ombre delle latifoglie o gialle nelle screziature irradiate dal sole. Un luogo carino, semplice e rilassante, ma non è una meta da inserire obbligatoriamente in un viaggio in Islanda. Lungo il sentiero di ritorno scorgo un grosso e grasso fungo che assomiglia a un porcino, chissà se è commestibile o meno, meglio evitare di scoprirlo.
Avanti tutta, nuove rotte mi attendono.
Le montagne si allontanano man mano mi dirigo verso l’oceano e le colline lasciano spazio alla pianura: dapprima lande desolate leggermente ondulate ammantate da sparuti alberi, numerosi arbusti e erbe smeraldine, poi prati e ancora prati a perdita d’occhio. Sulla linea dell’orizzonte vi sono montagne a Sud e l’infinito a Ovest e a Nord, nello specchietto retrovisore forme indistinte si muovo tra linee sinuose di colline e dimenticate vette.
Borgarnes è un accrocco industriale di capannoni meta di pellegrinaggi giornalieri di lavoratori e mezzi pesanti. A una rotonda svolto a destra e mi inoltro lungo una nuova via, la Strada n.54. Saluto la Ring Road con un arrivederci all’indomani.La pianura in mia attesa è un’immensa distesa di erbacee dai toni verdi, gialli e aranciati, si allunga fino al limitare della vista ove ombrose montagne dall’aspetto arcigno si ergono a baluardo in difesa di ignoti mondi da scoprire. Il sole gioca a nascondino con le nuvole, mentre ombre e luci, proiettate sulla piana, danzano rapidamente in un ballo frenetico di contrasti chiari e scuri che infiammano o spengono i colori dei prati. Alcune montagne si ergono in tutta la loro altezza verso il cielo turchese, altre sono più timide e celano i loro visi nelle nubi grigiastre cariche di pioggia. Cumuli di acqua piovana corrono velocemente nella savana islandese lasciando scie di precipitazioni che graffiano il cielo con fugaci striature plumbee. L’etere è in continuo mutamento, evoluzione e trasformazione. In alcune zone splende il Sole, in altre soffia un impetuoso vento, in altre terra e aria annegano sotto la scrosciante pioggia.
Inserisco la freccia per indicare all’automobilista inseguitore che la mia prossima tappa è differente dalla sua, lui continua verso ignoti lidi e io sorrido nel vedere in lontananza la lunga falesia basaltica di Gerðuberg.
La brezza è così impetuosa che, nel momento in cui apro la portiera dell’auto, quasi rischio di vedermela strappare dalle mani e dai cardini che la tengono ancorata al veicolo; la richiudo con fatica e riprendo i pensieri sparsi per il prato.
Il muro di roccia grigiastra mi osserva in tutta la sua maestosità, le colonne esagonali si ergono verso il cielo dove una lama affilata le ha tagliate orizzontalmente. Reflex alla mano e seguo un sentiero che in pochi balzi mi proietta sotto il muraglione basaltico. È impressionante l’imponenza di queste formazioni laviche create ad arte dalla smisurata fantasia della natura. La bellezza delle loro forme geometriche scarificate dal tempo e dalle intemperie contrasta con la linearità pianeggiante dell’immenso prato che esplode ai piedi del muro verso confini senza dimensioni.

Gerðuberg
Gerðuberg

Seguendo la linea rocciosa verso Nord si intravede un piccolo abitato, verso Sud la pianura incontra l’oceano e il cielo nuvoloso.Nel frattempo, il vento cala, o forse ha preferito sferzare altri lidi. Nella pausa meteorologica pranzo baciato dal sole e accarezzato da una delicata brezza che profuma di pioggia e di terra bagnata.Riposiziono le mie membra sul sedile protetto dall’abitacolo impolverato, all’interno nessun rumore all’infuori di un finissimo brusio del vento che si sta alzando e soffia sulla carrozzeria dell’auto.Il motore canta silenzioso mentre le ruote fanno scricchiolare il ghiaino della strada sterrata in una cacofonia di rumori aritmici e disarmonici, il brusio degli pneumatici sull’asfalto scalza repentinamente il crepitare della ghiaia sulla terra. Torno a conquistare nuove rotte in terre selvagge e sconfinate.

Montagne d’Islanda
Paesaggio islandese, sullo sfondo la Cascata Valafoss

In prossimità col bivio fra la Strada n.54 e la Strada n.56, ritaglio una tregua nel mio viaggio per rimpinzare il mio destriero affamato in uno dei pochi distributori di carburante che punteggiano quest’area selvaggia. Successivamente inforco la 56esima arteria, direzione Grundarfoss, questa si allunga in un’ampia valle costeggiata da glabre montagne dalle tinte rosse e verdi o verdi e nere.
La volta celeste è tornata a risplendere con le sue predilette tonalità di grigio, grigio su grigio e grigio su grigio; il sole è diventato ben presto un lontano ricordo. Anche l’immagine delle praterie senza frontiere è distante alla mia memoria: sono nuovamente in una valle glaciale circondata da montagne morbide e aspre, da roccia levigata dai millenni e da sparuti prati sfumati di verde, giallo e ocra. Oltrepassato il vicino passo giungo nei pressi del Lago Baulárvallavatn, dal nome simile alle movenze di un ballo a due, forse, e dedico alcuni minuti per una breve pausa.

Lago Baulárvallavatn

Muovo alcuni passi verso basse rocce dalle quali godo di un’ampia vista sul vasto panorama montano. Il mio sguardo si perde verso le acque scure, i monti, i vulcani e le nubi temporalesche, lascio volare nel vento teso i pensieri e le emozioni, libero corpo e mente dalla stanchezza del lungo viaggio, mi vuoto di ogni vecchia energia per ritemprarmi di nuova linfa mentre inspiro la frizzante aria che esplode di freschezza all’interno dei polmoni, del corpo e della mia anima. La strada serpeggia mollemente verso settentrione fino a lambire altre aree vulcaniche dipinte di rosso, grigio e nero.
La Strada n.54 mi accoglie nel suo ventre a braccia aperte e mi fa scivolare sulla sua pista asfaltata fino a raggiungere il paesotto Grundarfjörður. In un parcheggino polveroso, segnalato dalla mia Google Maps, lascio l’auto mentre un timido Sole fa capolino dietro un mastodontico nuvolone arcigno. La Cascata Grundarfoss non è lontanissima e la raggiungo in una ventina di minuti seguendo dapprima un viottolo sterrato, poi un sentiero che costeggia una recinzione armata di filo spinato che, ovviamente, è da oltrepassare in due punti e, infine, giungo ai piedi della bellezza acquosa.
Un altopiano roccioso si innalza per decine di metri dalla piana alluvionale disegnata da prati reticolari con le sue irte rocce grigio-brunastre e, nel punto in cui si tuffa la cascata, vi è un’insenatura scavata dall’acqua e dalle inesorabili avversità di secoli e millenni. Più in alto, sul limitare del bastione, le alte erbe ondeggiano sulle note delle canzoni fischiettate dal vento. Dalle spumeggianti e vaporose acque che si infrangono sulle sottostanti rocce vulcaniche, il ruscello riprende il vorticoso fluire verso le bluastre acque del vicino fiordo.

Cascata Grundarfoss
Dactylorhiza maculata ssp. islandica, orchidea spontanea

Grundarfjörður prendo una pausa presso Kaffi Emil, un bar-libreria, per bere qualcosa di caldo e magari mangiare una fetta di torta. I piani vengono ben presto stravolti: anziché caffè e torta, zuppa di pesce con pane imburrato. Una prelibata squisitezza che mi rigenera completamente, emozionante! Tornerei in Islanda solo per godermela più d’una volta, oltre ovviamente a tutte le altre beltà che offre l’isola. Chiedo la ricetta alla ragazza alla cassa, ma vengo rimbalzato con un diniego da parte dello chef. Forse non ci siamo capiti, pazienza. Sconsolato, torno in auto e ripenso alle papille gustative in subbuglio.
Kirkjufellsfoss mi aspetta, si riparte.
Mollo l’auto nel parcheggio che sovrasta la costa che osserva la montagna Kirkjufell. Vento, pioggerellina e cielo piatto come una tavola da surf, toni grigi talmente spenti e anemici da non poter desiderare altro. Non potevo sperare in condizioni migliori per scattare qualche foto; deprimente.
La montagna è affascinante con la sua silhouette appuntita, coi sui crinali scoscesi disegnati dalle rocce scavate da intemperie millenarie e coi colori smeraldini che contrastano coi bruni della lava solidificata in tempi remoti. La spiaggia sassolosa mi aspetta per fotografare la montagna, ma le condizioni sono pietose; avvilente.
Scocciato dalla situazione atmosferica sfavorevole e da un gruppo di asiatici in preda a smanie da selfie dalle idiote posizioni, mollo tutto e torno in auto.
Riprendo il viaggio sperando in un leggero miglioramento meteorologico, almeno che non piova, mi accontento del nuvolo. Costeggio la Cascata Kirkjufellsfoss, poco distante dalla strada, e saluto monte e cataratta con un arrivederci a un futuro viaggio, spero migliore.
Ribollo di pensieri cupi, speravo tanto di immortalare queste due chicche naturali, ma sono rimasto fregato; capita.
La via asfaltata riprende il cammino lungo la costa, sale leggermente su un promontorio e poi ridiscende lentamente. Oltre il parapetto l’Oceano Atlantico è il padrone della scena, incontrastato e indisturbato. Primo spiazzo lungo la carreggiata e mi fermo per riordinare i pensieri. Il vendo sferza la macchina facendola ondeggiare leggermente, esco e vengo investito da folate fredde e umide che mi schiaffeggiano e mi sospingono verso il mare aperto. Al riparo dall’auto, osservo la sconfinata vastità dell’infinito blu-grigiastro delle turbolenti acque marine che si fondono con le cupi nubi dove un orizzonte intangibile unisce oceano e cielo. La semplicità di quest’immagine minimalista mi riempie occhi e cuore, sono impietrito dal fascino dell’assenza e resto immobile a fissare il nulla per secondi, forse minuti, che scorrono lenti come ore.
I grigi e tetri colori di questa monotonia paesaggistica riescono a scaldare i pensieri e ritemprano la mia vena artistica con un’idea, un progetto fotografico: fotografare mare e cielo nel minimalismo più puro che possono offrirmi, questo tramite uno scatto di diversi minuti che congeli i movimenti di acque e nubi in un’unica sfumatura di assenza del dettaglio. Cavalletto, macchina fotografica, filtri a lastra e, dopo quattro minuti di scatto, realizzo la mia prima fotografia di questo portfolio. Ammiro la mia creazione attraverso il piccolo schermo, sono decisamente soddisfatto; piacerà o non piacerà, questo non importa, l’unica cosa che in questo momento conta su tutto è quanto sia orgoglioso di aver creato qualcosa di nuovo per la mia vena artistica in un momento buio del mio viaggio.

Sfumature d’acqua dell’Oceano Atlantico

Nel piccolo paese di Ólafsvík colgo l’ennesima occasione per il pieno di benzina, pieno di acqua presso il negozio del distributore di carburante, pieno di Skyr che mai deve mancare, e pieno di brioches salate e pane al formaggio in un vicino panificio (Brauðgerð Ólafsvíkur). Finalmente del pane artigianale, sto campando col pane in cassetta da giorni. La brioches salata ripiena di formaggio e prosciutto si smaterializza non appena entro in auto, la seconda durante i minuti a seguire con sbriciolamento colossale su pantaloni e sedile. Emozionanti.
La strada si alterna fra tratti sulla costa ad altri nell’entroterra brullo di prati e lava. Le montagne hanno le cime tagliate dalle nubi e spazzolate dal vento impetuoso. Oltrepassata la cittadina di Hellissandur, la strada si lancia in una landa desolata di lava, minuti prati ondeggianti e muschi senza limite alcuno. Le montagne si alternano a vulcani alti e bassi in un mondo di nessuno. Non ho idea dell’ora, tranne per il fatto che i minuti lampeggiano sul cruscotto, perché il tempo sembra essersi fermato: ore interminabili di viaggio, centinaia di chilometri di marcia, innumerevoli soste per visitare mete stupende, cielo incolore e luce perennemente costante. Ho perso il senso del tempo e anche dello spazio in questa giornata senza fine.
Un cartello indica Saxhólar, volgo lo sguardo verso destra e un piccolo vulcano nerastro svetta dalla piana vulcanica. Nel parcheggio trovo un camper e un fuoristrada, entrambe fanno compagnia alla mia stanca auto.
Salgo la rampa di ferro arrugginito che sale a chiocciola lungo il versante del monte bucato, il contrasto fra il metallo rosso-aranciato e la rugosa roccia nerastra è decisamente affascinante.
In vetta il panorama spazia da montagne a vulcani, da pianure di globosa roccia, nera come la pece, ricoperta di muschi verdognoli, a piane di bitorzoluta pietra, mora come il catrame, ammantata di piante briofite verdastre.

Panorama dal Vulcano Saxhóll

Riprendo la marcia verso una meta ignota, l’unica cosa che cerco è un posteggio riparato dal vento per cenare e dormire. Anche quest’oggi ho scoperto nuovi mondi e terre sconosciute, ho trascorso ore interminabili alla guida del mio grigio destriero e ammirato incredibili bellezze naturali, ho riempito il mio cuore con stupende emozioni mai provate e, quasi con rammarico, sono prossimo al concludersi di questa tappa.
Lascio la strada maestra per quella secondaria che in breve mi porta alla meta: Djúpalónssandur. Esco dall’auto e vengo investito da sciroccate ondate di aria gelida e umida proveniente dall’oceano. Dal promontorio poco distante il paesaggio è incredibilmente affascinante e accattivante: le falesie di nera roccia piombano nell’oceano in tempesta, sulle loro teste gli scarni prati sono tagliati dalle folate di vento affilato come lame di una falce, più in basso le onde si infrangono sui piedi della scogliera nebulizzando migliaia di gocce salate che vengono riversate dal soffio del mare verso l’entroterra. Esattamente sotto il promontorio c’è una spiaggia cinerea che entra nella costa per qualche centinaio di metri fino a terminare in una stretta forra tenebrosa che risale fino al vicino parcheggio.
Completamente rintronato dal vento torno all’auto e rimando la visita della spiaggia per la mattina seguente quando, forse, il tempo sarà più clemente. Le ore che mi separano dal riposo notturno trascorrono fra le pagine de “I pilastri della Terra” di Ken Follett e le frasi del racconto che sto scrivendo.
Il fruscio del vento mi culla fino a quando chiudo gli occhi pensando all’indomani.


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