Chiesa di San Martino e Sasso San Martino
Il Lago di Como è una miniera a cielo aperto ricolma di gemme preziose. Alcune sono note ai più, molte altre, al contrario, sono affascinanti gioielli in attesa di essere scoperti.
Nel punto in cui i rami del Lario si incontrano, c’è un monte vestito di dura roccia calcarea che cade a picco sul paese di Griante. Fra quelle pareti verticali, abbarbicato su un terrazzo erboso, è incastonata una piccola chiesetta, solitaria e silenziosa. Il Santuario della Madonna di San Martino, conosciuto anche con il più semplice appellativo di Chiesa di San Martino. È una minuta chiesa – ovviamente – incastonata fra impossibili pareti rocciose, a metà strada – si fa per dire – fra il piccolo paese di Griante, quindi il Lago di Como, e la sovrastante omonima cima del monte Sasso San Martino.
Percorrendo le strade del Lario è facile scorgere questa chiesetta appollaiata fra verticali rupi. La si nota sia dal ramo lecchese che da quello comasco, sia dal Triangolo Lariano che dal ramo settentrionale che punta a Colico.
La sua posizione, impressionante e meravigliosa, ha da sempre suscitato in me un fascino irresistibile ogniqualvolta il mio sguardo si posò su di essa, conquistando facilmente la mia attenzione grazie alla sua affascinante cornice scenica.
Oggi, finalmente, dopo anni a osservarla dalla distanza, potrò incontrarla e conoscerla, e vedere il panorama che ammira da lassù. Con la speranza che le mie aspettative, abbastanza alte, non vengano tradite dal cambio di prospettiva, da una possibile visione meno poetica, o dall’essere tutt’altro che impressionante e meravigliosa come l’ho sempre ammirata.

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Aspettativa, ciò che ci si aspetta da qualcuno o qualcosa, prospettiva, specifico punto da cui viene considerato un fatto o un luogo. Questione di sinonimia, e di distanza e altitudine.
Se da lunghe distanze la posizione della Chiesa di San Martino è spettacolare, ai piedi della murata rocciosa del monte Sasso San Martino la sua meraviglia è amplificata dall’imponenza delle verticalità calcaree.
Il minuto parcheggio nei pressi della Chiesa di San Rocco apre la vista sul borgo di Griante, villette seminate a spaglio nei giardini privati e addossati edifici storici che inglobano strette viuzze. Oltre i tetti, le siepi e le svariate arboree che svettano verso il cielo, un fitto mantello boschivo di latifoglie si allarga in tutte le direzioni come una marea. Le ondate boschive sono nettamente accerchiate dal lago che le costringe a espandersi verso le bastionate rocciose, lì si infrangono su scogli montuosi spumeggiando fusti, arbusti ed erbacee fra le rocce, sulle rocce, verso le cime fin dove è “vegetalmente” possibile. Seguendo i flutti con lo sguardo, fra le linee ondulate dei pendii, tra le irte pareti verticali, silenziosa e beatamente appollaiata nel suo nido, il Santuario della Madonna di San Martino gode i tiepidi raggi del Sole gennaiolo. A cornice, la linea dei costoni alpini scinde la sfera terrestre da quella celeste d’azzurro dipinta.

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L’avventura alla scoperta della bellezza inizia lasciandosi alle spalle il borgo di Griante. Il principio è in Via San Martino con l’omonima indicazione dal giallo acceso a puntare verso la direzione da seguire. La stradina diviene subito stretta fra muri a secco e vecchi edifici ristrutturati. Al suo interno un fresco venticello si incunea nel passaggio soffiando l’aria fredda dei monti sovrastanti. La via diviene poi tangente con la curva di Via al Vignolo che scende lesta a destra e lenta sulla sinistra verso una vallecola; quest’ultima la si raggiungere in breve tempo percorrendo la strada asfaltata.
Altra indicazione, omonima come la precedente ma di bianco stampata, direziona il cammino verso il cuore dell’ombrosa valletta adombrata dalla fitta boscaglia. Raggiunto il vertice dell’alveo vallivo, il sentiero diviene mulattiera. Riguadagna immediatamente quota in una rampa diretta all’indirizzo dell’opposto versante montano, nella prossimità di talune abitazioni rurali, custodi di pascoli, giardini e orti.

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Prendendo quota le ondulate isoipse, disegnate sulla cartina, si affiancano riducendo le distanze fra loro alla ricerca di una solidale vicinanza d’affetto. La mulattiera si fa carico d’alleggerire il cammino al viaggiatore incastonando nel pendio un’infinità di lunghi gradoni, costellati da tondeggianti sassi cinerei, e da dolci tornanti. A ogni curva repentina corrisponde un netto cambio di visuale, dal fitto bosco di carpini si passa ad ampie vedute sul lago e sulle montagne circostanti.

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Da lontane visioni di cime frastagliate, con le ultime nevi di un inverno siccitoso, a piante tipiche di un sottobosco variopinto e sgargiante.

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La mulattiera è un continuo alternarsi di salite a gradoni, di gradini e rampette, e ovunque porti il passo, lo sguardo lo accompagna con spettacolari visioni sul lago, le sue montagne e i piccoli paesi caratteristici che ne impreziosiscono la bellezza.

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La cornice fotografica creata dalla luce, dalle ombre, dai giochi di linee e forme, di acqua, roccia, boschi ed costruzioni, del Lago di Como e dei sui rami, dall’appendice collinare ove Bellagio si è ritagliata lo scranno migliore per poter ammirare le montagne imbiancate, come le Grigne che le fanno da sfondo.

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Seguendo la via e conquistando quote maggiori, l’ambiente vira verso forme rocciose dalle linee verticali e in forme arboree di rada ricchezza. Il pendio montuoso muta la sua veste lasciandosi alle spalle il bosco di latifoglie adagiato su terre friabili e secche, per divenire aspro, duro come roccia grinzosa, impervio e ferocemente scosceso, ove solo erbe e arbusti ne abitano le spoglie vesta, tranne per sporadiche querce che si accontentano di quel che resta.
Ove la mulattiera non arriva, un esile sentiero porta il camminatore verso il santuario. La traccia taglia orizzontalmente i verticali pendii del Monte San Martino, come una vena segue la forma del muscolo e ne percorre ogni fibra, anche il sentiero costeggia le linearità flessuose, scavate, scarificate e solcate del monte. Le pareti calcaree sono le protagoniste incontrastate del luogo. Imponenti e maestose, corrugate e disegnate da mani inesperte in linee e forme grottesche, sgraziate e mutevoli, le falesie corrono a per di fiato verso i confini col cielo. Il bianco abbacinante delle loro vesti riflette tutta la luce del mattino che acceca le ombre proiettate dei circostanti monti lariani.
La vista opposta, sul lago e le montagne, è l’unica via di fuga dall’opprimente peso delle pareti rocciose. La rilassante ariosa vastità del paesaggio spazia da nord a sud, e a ovest, seguendo creste montuose delle alte quote, curve sinuose di frontiera tra il lago e le terre rocciose, boschive o antropizzate, macule urbane dai colori e forme diverse che punteggiano pendici e boscaglie tra lago e monte.
Gli ultimi istanti di cammino si aprono su un rocambolesco prato che segue l’andamento altalenante della roccia, ove erba, foglie secche, ceppi rinsecchiti e roccia sbriciolata si alternano alla rinfusa in una cacofonia visiva di sgraziata bellezza. Il santuario è lì, sul promontorio conquistato dall’uomo, sotto un cielo pesantemente dipinto di blu.

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Luoghi antistanti si incontrano sul confine di una linea frastagliata in cui materia e dinamica si sfiorano, quasi a toccarsi nella carezza di un’immagine astratta. Contrasti contrariati dall’associazione delle loro essenze, seppur legate saldamente nell’ambiente in cui convivono. Forme e disegni, colori e sfumature, sostanze e consistenze, e sensazioni emozionali intuite dalla percezione sensoriale. Roccia e acqua, due elementi tanto distanti nell’essere, quanto vicini nella loro natura.

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Lasciata la Chiesa di San Martino, il sentiero sale verso l’omonimo monte. Ripercorre la via orizzontale scavata nella falesia rocciosa fino a un bivio, ove si incontrano tre tracce: quella dell’andata proveniente da Griante, quella del ritorno dal santuario e quella in salita verso il Sasso San Martino.

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L’ascesa assolata lungo i pendii scoscesi del Sasso San Martino possiede l’innata bellezza di un panorama dalle mutevoli inquadrature che variano a ogni passo, dietro ogni curva o pendio solcato dal sentiero. Un percorso che ammira l’evoluzione costante, sempre nuova e mai ripetuta del paesaggio, seppure i soggetti restino i medesimi.

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La natura, selvaggia di nome e di fatto, in questo luogo è graffiata da uno smilzo sentiero che rapidamente zigzaga l’irta superficie montana. Il fitto bosco di querce, che caratterizza la prima parte dell’ascesa, si scioglie gradualmente in assolate macchie d’erba secca che, nel divenire, si fondono in un unico tappeto di stoppia, padrona invernale di quest’ambiente roccioso.

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A quote superiori la prateria cede terreno a un rado bosco di latifoglie che ammanta le sommità montuose. In un finto pianoro, racchiuso in una vallecola fra lievi dorsi montuosi, si ferma la corsa delle erbacce verso la vetta. Tornano protagoniste le querce e il loro meraviglioso sottobosco di foglie scricchiolanti. Al limitare della boscaglia, un vecchio tiglio allunga le ombre dei suoi alti rami sul bianco intonaco di case rurali, solitarie e sonnolenti, appisolate sotto il sole.
Una coccinella zompetta allegramente sulla tela dello zaino alla ricerca di un riparo da occhi indiscreti o di qualche leccornia nascosta. L’attimo di uno scatto, per non dimenticare il gioioso incontro, che nell’istante successivo spicca il volo svanendo nella brezza.

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Nelle vicinanze di un casolare, un bivio segna la via per due sentieri, quello di destra per il Sasso San Martino, mentre l’altro verso località Monti di Nava. Seguendo il primo, dopo poco, si raggiunge un’altra biforcazione dalla quale il sentiero di destra porta alla cima.
Una breve salitella cade lunga e distesa su un tratto pianeggiante che costeggia il fianco del monte. Il tonfo – dei passi ovviamente – viene attutito dal frizzante tappeto di foglie di quercia che ricopre il terreno. Il loro scricchiolio tradisce l’aspetto delle linee morbide dei margini fogliari, seppur tondeggianti nella loro forma lobata, la secchezza autunnale ne inganna la musicalità. Piccoli tesori restano celati dal manto autunnale dalle tonalità della cannella, sfere legnose delle dimensioni di una pallina da golf si mimetizzano abilmente fra il fogliame a terra. Le galle di cinipide (imenettore fitofago) sono presenti in larga misura anche nell’intreccio di rami che cela il panorama.
Il sentiero non si sofferma ulteriormente a osservare queste stupende malformazioni legnose, bensì continua il suo cammino salendo il pendio boscoso del monte. Alcuni tornanti e la cima è a due passi dal sentiero. Oltre, la via discende puntando verso Ovest, segue altri tornanti per condurre infine i suoi passi lungo il tratto finale che dolcemente porta al punto panoramico.

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Al limitare della boscaglia emergono trincee dimenticate, ricordi di una passato bellicoso che lentamente viene riconquistato dalla natura, senza colpo ferire. Resti militari di quella che fu una linea difensiva verso la Svizzera: la Frontiera Nord chiamata anche con l’appellativo di Linea Cadorna. I muretti di pietra a secco sono profonde cicatrici che solcano il terreno, ferite aperte che alberi ed erbe rimarginano anno dopo anno. L’uomo sta perdendo la memoria e con essa anche il ricordo della storia, del peso del suo fardello, del significato di scelte e azioni. Decenni o forse secoli – più o meno, poco cambia – sarà tutto perso, salvo che le istituzioni non ripristinino il ricordo, valorizzando il passato per dare nuova luce al suo futuro.
Lasciate le prime trincee, il falso pianoro erboso, puntinato da rade querce, lancia lo sguardo verso una panoramica dall’ampia veduta aerea che spazia dal lago ai monti, dal blu delle acque lacustri all’azzurro del cielo terso, passando dai marroni e grigi invernali delle vallate alpine.
Il Lago di Como è protagonista della scena, ad attorniare la flessuosa sagoma cime importanti quali Grigne, Monte Legnone, Pizzo Ledù, Monte Bregagno, Monte Grona, Monte di Tremezzo e Monte San Primo, sono alcune fra tante.

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Altri colori, e forme, danno nomi a luoghi disegnati dall’uomo. Paesi, frazioni, contrade e alpeggi punteggiano la costa del Lago di Como, i pendii boscosi e le radure erbose di monti e valli.
Il Lago di Como è protagonista della scena, ad adornarne la flessuosa sagoma paesi stupendi quali Bellagio, Varenna, Bellano e Menaggio, sono alcuni fra tanti.

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A pochi passi dal punto panoramico si possono scorgere, fra le alte erbe e arbusti, altre trincee che zigzagano sul dosso erboso. Tra queste è ben nascosto un bunker scavato nella nuda roccia, una camera singola, fredda e umida, dalla volta coriacea di grigio calcare e illuminata dalla flebile luce che filtra da ingressi scolpiti del cemento e divelti da avidi predatori di ferro.

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A ritroso lungo il sentiero si incontrano in successione inversa, rispetto ai passi precedenti, le profonde cicatrici della Linea Cadorna, tornanti in ascesa seguiti da altri in discesa, le galle e lo scricchiolio di foglie secche di quercia, una breve discesella e, infine, il bivio con le case rurali intonacate di bianco – come per l’andata.
In un finto pianoro, racchiuso in una vallecola fra lievi dorsi montuosi, si ferma la corsa delle arboree verso i ripidi pendii erbosi. Le querce, protagoniste indiscusse della scena boschiva, e il loro meraviglioso sottobosco di foglie scricchiolanti, osservano, dal limitare della boscaglia, un vecchio tiglio che allunga le ombre dei suoi alti rami sul bianco intonaco di case rurali, solitarie e sonnolenti, appisolate sotto il sole.
Nelle vicinanze di un casolare, un bivio segna la via per due sentieri, quello di destra per il Sasso San Martino, mentre l’altro verso località Monti di Nava. Seguendo il secondo, dopo un lungo traverso verso meridione, si raggiungono tre tornanti che guadagnano quota portando il sentiero in un ampio pianoro erboso.
Monte Crocione, dai suoi 1.641 m sul livello del mare, domina incontrastato la scena panoramica caratterizzata da una piana di basse erbe, arbusti sparpagliati alla rinfusa e macchie di arboree a costituire gli avamposti dei limitrofi boschi. Il più modesto monte detto Il Dossone – il nome dice tutto della sua mole – è una collinetta ricoperta di noccioli, un’antenna che punta verso il cielo azzurro e il panorama sulla Val Menaggio (detta anche Valle di Porlezza). In una quindicina di minuti, forse venti per ammirare meglio la panoramica settentrionale, la traccia affronta sia la salita che la discesa – una piacevole deviazione.
Il pianoro erboso è punto di arrivo di diversi sentieri provenienti da differenti indirizzi: le frazioni di Menaggio, Monte Crocione e Griante; altresì partenza per i medesimi destini.
Una comoda, ma sgangherata carrareccia, declina agevolmente nel bosco di latifoglie per giungere infine in località Bocchetta di Nava. Seminati a spaglio su prati invernali, gli edifici rurali giacciono impigriti dal tiepido sole del meriggio gli uni addossati agli altri, o solitari con lo sguardo pensoso verso l’orizzonte lacustre.

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Nei pressi degli ultimi casolari, un bivio svia a destra verso altre località montane e declina a sinistra verso Griante. La mancina mulattiera prosegue linearmente fino a raggiungere dei logori tornanti abbarbicati sullo scosceso pendio roccioso. In rapida sequenza gli otto stretti gomiti perdono rapidamente quota riportando il passo su tracciato lineare e debolmente degradante. Le arboree aprono la vista a precedenti vedute dalla differente panoramica: il Santuario della Madonna di San Martino incastonato fra le rudi pereti dell’omonimo monte, le sfumature blu del Lago di Como e il litorale lacustre a incorniciare la scena.

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La mulattiera diviene sentiero sassoso. Con decisione punta verso sud all’indirizzo del Monte San Primo che, col suo ampio abbraccio montuoso, domina l’orizzonte. Deboli foschie ristagnano nell’ampia valle del ramo comasco del Lario, celano debolmente le propaggini alpine prossime al bacino lacustre sfuocandone i dettagli.

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Un punto panoramico sul Lago di Como condivide la mirabile posizione con la Cappella degli Alpini dedicata alla Madonna di Panoort, solitaria figura dalla veste di bianca pietra calcarea e metalliche inferiate per proteggere gli affreschi al suo interno.
Il sentiero si dirige verso la mulattiera che diviene carrareccia, riprende così la discesa verso Griante. Nel bosco, in corrispondenza del terzo tornante, la strada prosegue nella direzione della lontana quarta curva a gomito, ma un sentiero, sulla sinistra, scorcia le tempistiche di cammino inseguendo frettolosamente una retta linea diretta al vicino paese. Mantenendo la direzione, la via riprende le sembianze di una strada sterrata che diviene poi asfaltata, oltrepassa un incrocio stradale, prosegue, ne raggiunge un secondo dal quale si allontana riprendendo la veste rurale stretta e scarmigliata, scende lungo una malconcia scalinata di roccia e foglie secche e, infine, termina il suo cammino nei pressi della Chiesa di San Rocco; a due passi dal punto di partenza.
La Chiesa di San Martino saluta il viandante dal suo nido d’aquila, lassù fra aspre pareti di roccia verticale faticosamente conquistate dalla vegetazione.
Un ultimo sguardo, non un addio, un saluto di arrivederci. La prossima escursione cadrà sicuramente durante la Primavera, alla ricerca della bellezza di nuove forme e colori e, chissà, magari anche di orchidee spontanee da scoprire.

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SUGGERIMENTI:
- percorso da evitare nel periodo estivo per via della bassa quota, salvo giornata fresca, e nel periodo invernale se presente neve o ghiaccio, in quanto il sentiero è impervio e sdrucciolevole fra la Chiesa di San Martino e il Sasso San Martino.
- nel periodo invernale si può percorrere la mulattiera che sale da Griante fino alla Chiesa di San Martino, prestare comunque molta attenzione in caso di neve o ghiaccio.
- lungo il percorso non vi sono, almeno a quanto visto, fontane o sorgenti (salvo essere smentito da chi conosce meglio il luogo), quindi è necessario munirsi di acqua a sufficienza.
- la mulattiera da Griante alla Chiesa di San Martino è ampia e facile, mentre dall’omonimo santuario al gruppetto di case identificate come “Baita Nonu Celest” nei pressi del Sasso San Martino è abbastanza scosceso.
- a Griante i parcheggi sono pochi e con esigui posteggi, quindi è bene conoscerli tutti. A seguire quelli che ho trovato: quelli vicini al sentiero sono in Via Armando Diaz (il più vicino), Via Stretta, Via Brentano (il più capiente), Via Indipendenza e in Via Bellini, quelli più lontani sono lungo Via Regina (il maggiore è adiacente la fermata del bus).
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