Argentina – Bosque Petrificado La Leona
Oltrepassata la porta d’ingresso, lasciamo alle spalle l’abbacinante volta celeste per un’ambiente dalla luminosità tenue. La sala del bar, quella che a prima vista sembra essere la maggiore di due adiacenti, è in sonnolente attesa dei primi avventori della giornata. Tavoli e sedie in scuro legno massello, il camino angolare e il vicino bancone del bar, anch’esso in legno, profumano di saloon del mitico Far West, di un lontano ovest americano visto in numerosi film impolverati. Quest’atmosfera, tranquilla e rilassante, mostra la natura moderna del presente con un dietro le quinte del bancone del bar adorno di liquori contemporanei. Al di là della soglia di una porta senza ante, cerniere e maniglie, un piccolo negozietto di souvenir. Oltre a questo, Parador La Leona è anche ostello e albergo, e ristorante. È tutto, in un immenso mondo di nulla. Chiunque sia di strada nella direzione dell’ovunque vada deve passare forzatamente da qui, salvo non voglia lanciarsi all’avventura nelle lande desertiche come i primi pionieri, in sella a un cavallo. Le cittadine più vicine, e numerose, sono El Calafate ed El Chalten; distanti oltre cento chilometri su strada asfaltata, tortuosa o rettilinea. Senza dimenticare le note estancia disseminate a spaglio nelle distese desertiche sferzate dal vento e alla nutrita popolazione di guanachi che ruminano rade erbe e arbusti nei dintorni della Ruta 40, l’arteria stradale più famosa dell’Argentina. Tutti i viaggi passano da Parador La Leona, molti proseguono senza sosta verso la loro meta, altri si prendono la licenza di una pausa ristoratrice. Il nostro viaggio termina, per il momento o almeno per la prossima mezz’ora, comodamente seduti nella desolata sala del bar. Siamo in anticipo all’appuntamento con la guida che ci condurrà alla scoperta del bosco pietrificato de La Leona. Ammazziamo il tempo con caffè espresso e una prelibatezza scoperta in loco, ovvero la tortas fritas: una sorta di grosso gnocco fritto tondeggiante, dolce, gonfio e prelibato; il successivo al primo è d’obbligo, prima di riprendere le fila della giornata.
Lo scorrere dei minuti è accompagnato da brevi e ripetute mareggiate di turisti. Ondate generate dall’andirivieni di autobus provenienti da El Calafate e diretti a El Chalten, e viceversa, che zittiscono il silenzio nel saloon con una cacofonia idiomatica mordi e fuggi, WC e caffè, e ripartenza.
Da El Calafate, ove soggiorniamo, a Parador La Leona si snodano centosei chilometri di strada, e oltre settantacinque minuti di guida seguendo l’unica lingua asfaltata che corre a perdifiato fino a El Chalten. Tratti rettilinei si alternano a serpeggianti curve, linee che seguono l’andamento ondulatorio della landa patagonica adattandosi alle flemmatiche asperità dell’ambiente.
Viaggiamo senza fretta per ammirare i paesaggi intravisti nei giorni scorsi quando ci siamo spostati da e per El Chalten. Il pullman di linea, che collega le due cittadine, non offre la possibilità di ammirare l’alternanza dei paesaggi, ma solamente di coglierne alcune sfumature. Le immagini che si susseguono oltre i finestrini scorrono troppo rapidamente per poter essere apprezzate.

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In lontananza laghi glaciali dal latteo azzurro entrano in contrasto con la brulla terra inospitale della steppa patagonica, pianure infinite si alternano a lievi collinette, baluardi rocciosi ocracei smorzano la monotonia di delicate montagnole disegnate dai depositi alluvionali di lontane ere geologiche, serpeggianti fiumi e torrenti compaiono dal nulla per scomparire dietro la prima curva.

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Galleria fotografica:











Il cielo è completamente terso e il sole irradia tutta la sua abbacinante lucentezza sulle chiare terre e rocce di questo deserto; di nome, non di fatto. A prima vista sembrerebbe totalmente inospitale, ma osservando attentamente si possono avvistare centinaia di guanachi e decine di nandù, al pascolo. Fino a qualche secolo fa erano i territori degli allevatori di pecore; ora ben pochi, forse più nessuno. Quello che un tempo era terreno di caccia, di campi per il bestiame da una parte e di pellicce dall’altra, ora è una distesa di arbusti ove guanachi, nandù, puma, volpi, armadilli e altri animali di cui non conosciamo la presenza, vivono indisturbati, o quasi. Avverbio di perplessità che esclude la certezza della sicurezza per questi animali. Perché? Tutte le recinzioni che delimitano i terreni hanno il filo spinato sull’estremità superiore, a questo sistema passivo di dissuasione allo scavalco invasivo – personale descrizione arzigogolata – restano mortalmente impigliati i guanachi che osano il salto all’ostacolo. Le immagini a seguire non sono per deboli di cuore: guanachi appesi ai posteriori si possono incontrare ogni cento-duecento metri (più o meno a seconda del luogo, se di passaggio frequente o meno), alcuni a una zampa, altri a entrambe, taluni alla pancia, altri distesi a qualche metro di distanza dalla trappola, molti pelle e ossa, certi sventrati da qualche animale spazzino, qualcuno sparpagliato nella steppa con ossa e pelliccia alla mercé del vento. In questo sterminio silenzioso, la scena più triste e toccante fotografa un guanaco morto, recentemente ucciso dal filo spinato dell’indifferenza dei proprietari terrieri, disteso nella steppa assolata in un sonno senza risveglio, con accanto un più fortunato compagno di viaggio seduto prossimo alla salma, in attesa del risveglio dell’amico o in sua veglia funebre; di una tristezza infinita…
Col cuore pieno di tristezza, impotenti a questo scempio, proseguiamo il viaggio con gli occhi umidi a tutto quello incontrato, a quello che immaginiamo di vedere, e, al ritorno, a quello che dovremo nuovamente incontrare e vedere.
La Leona è anche un parcheggio sterrato, debitamente polveroso, impolverato e spolverato dal vento, nel quale auto, pullman e camion, nonché bici e moto, si fermano per una pausa o un appuntamento. È qui che incontriamo, finalmente dopo mezz’ora di attesa, la nostra guida. Ci porterà alla scoperta del Bosque Petrificado La Leona, un “bosco” di alberi pietrificati milioni di anni fa. Oltre alla guida saremo in compagnia di una decina di turisti sul pulmino Morresi Viajes, e una famigliola automunita come noi.
La carovana si sposta dal parcheggio sterrato alla carrareccia sassosa, direzione sito paleontologico, distanza 10 km a una velocità media di 30-50 km/h, fra scossoni e sussulti.

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Il parcheggio, o meglio lo spiazzo ghiaioso, offre immediatamente una vista panoramica sul paesaggio desertico ove si trova il Bosque Petrificado La Leona. Qui, a differenza della steppa precedentemente incontrata, è effettivamente un deserto di roccia, sassi, ghiaia e sabbia. Abbacinante sotto il sole di mezzodì, dai toni pastello di grigio, ocra, beige e sabbia tenue.
La distesa arida era una pianura alluvionale. Parlo al passato in quanto ora di piano c’è ben poco, tutto è scavato, scarificato, solcato, eroso da intemperie, pioggia e vento, che hanno modellato indistintamente ogni forma di roccia sedimentaria. Quest’opera faraonica ha dato alla luce due bellezze: il bosco pietrificato in primis, e le forme dell’arte originate dall’azione di vento e pioggia, ovvero stupende formazioni rocciose. A mio parere, la seconda bellezza supera ampiamente quella in primis.

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L’escursione dura circa 2 ore e mezza lungo un percorso ad anello che segue un sentiero sdrucciolevole. La traccia dapprima segue quasi orizzontalmente la costa di un modesto colle, giunge a un punto panoramico, scende poi nella vallecola scavata dalle intemperie fino al punto più basso, qui risale il ripido pendio sabbioso che porta al parcheggio lungo un impervio sentierino. La camminata è facile e agevole, niente di difficoltoso. Per i presenti non avvezzi alle escursioni in natura e/o ai 3 chilometri di lunghezza e/o ai 150 metri di dislivello positivo/negativo, è necessario munirsi di pazienza, forza d’animo, acqua per idratarsi e magari un cappello col quale ripararsi dal sole primaverile/estivo. Per alcuni, le oltre 2 ore di cammino si rivelano più ardue di quanto la guida avesse descritto loro, o quanto loro stessi avessero immaginato prima di scendere dal pulmino.
TRONCHI PIETRIFICATI

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Seguiamo docilmente la guida che descrive sia in inglese che in spagnolo il paesaggio e la storia del sito. Le spiegazioni tecniche e scientifiche sono vaghe e fuorché specifiche, diciamo essenziali per capire alcuni aspetti, ma non esaustive, molte supposizioni sia da parte della guida che dei visitatori nell’immaginarsi il significato di cosa osservano.
Facilitato dalla ridotta andatura del gruppo, riesco a concentrare l’estro fotografico alla ricerca delle forme rocciose più bizzarre, e come enfatizzarle.
FORMAZIONI ROCCIOSE

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FLORA

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Il percorso guidato si conclude ove è iniziato. Salutiamo anzitempo i compagni di viaggio alla scoperta della paleontologia patagonica per muovere gli ultimi passi della giornata verso la riva del vicino bacino lacustre, Lago Viedma.

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Il lago è immenso, una distesa di azzurro lattiginoso che si estende per centinaia di chilometri verso la steppa patagonica da una parte e le iconiche montagne dall’altra, in lontananza.
Salutiamo la Patagonia e l’Argentina con la più bella vista che potessimo sperare: il Cerro Torre e il Monte Fitz Roy che in lontananza sovrastano il panorama dell’infinito Lago Viedma. Un arrivederci che merita il viaggio di tre settimane in terra argentina, l’immagine che non dimenticheremo e porteremo sempre e ovunque nei nostri cuori.

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Nella circostanza in cui siamo, ovvero la coincidenza del fatto di essere a ridosso del Natale e che in Sud America il panettone è un dolce venduto tutto l’anno, cogliamo l’occasione di mangiare un panettone in questa giornata esageratamente primaverile; manco fossimo a Pasqua. Volendo chiudere in bellezza il lungo viaggio costellato da indimenticabili emozioni, aggiungiamo il tocco finale con una merenda a base di panettone industriale aromatizzato con gocce di cioccolato. Non è assolutamente ai livelli nostrani, ma merita d’essere la ciliegina sulla torta.
Serpeggianti curve e tratti rettilinei si alternano adattandosi alla landa patagonica, tanto dolce nelle curve quanto aspra negli ambienti. Settantacinque minuti e centosei chilometri di strada asfaltata sono l’ultimo cordone ombelicale di selvaggia Argentina che ci separano dalla civiltà, il rientro in Italia, casa. Alle nostra spalle compaiono due vette iconiche, le abbiamo ammirate – e sognate fra le nubi che le avvolgevano – nei giorni passati, ora si mostrano nella loro indimenticabile mole monolitica. Un’immagine e una fotografia che non rappresentano minimamente la forte emozione nel vederle sovrastare l’ambiente arido della steppa della Patagonia.

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Il più bel saluto che potessimo sperare. Con la speranza che non sia un addio, ma semplicemente un arrivederci…
Ora inizia la fase “mal di Patagonia“, come lo è stato per l’Islanda…
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