Notte di ordinaria pazzia
La natura che mi circonda, immersa totalmente in un’oscurità profonda come la notte, gioca fra la vita e la morte in un alternarsi frenetico di luci e ombre, di tutto e niente.
Il fascio di luce, proiettato dalla torcia frontale che indosso, è un Dio che crea e distrugge, dà la vita quando volge il suo sguardo in una direzione e la toglie nell’attimo stesso in cui si orienta diversamente.
Il brodo primordiale sobbolle nelle tenebre nella fremente attesa di ricevere la sua luce, una vita impaziente che fa un balzo evolutivo di milioni di anni in attimi di secondo, e spegnersi poi, con altrettanta istantaneità, nell’oscurità da cui ha preso origine, tornando a essere un’unica entità, indistinta, di buio.
Il sentiero da percorrere è un’entità astratta fatta di forme confuse che cambiano nel tempo. La terra e i sassi, di cui è composto, mutano le loro sembianze, come gli arbusti e gli alberi circostanti. Il mio cammino altera la percezione di quello che era prima, nell’attimo in cui il passo prosegue con quello successivo; è la direzione stessa del mio sguardo a distorcere la realtà stravolgendo le forme.
Secondi, forse attimi, la corsa di una falcata, è la durata dell’atto di forza espresso dalla presenza dell’essenza.
L’assenza delle ombre disegna il percorso da seguire. La traccia percorre rapidi tornanti che si alternano in sequenza per conquistare il pendio montuoso. Osservo la presenza dei monti, vicine e lontane silhouette frastagliate, linee di confine tra il nero terrestre e la volta celeste. Percepisco la presenza di alberi e arbusti, espressioni convulse, disordinate e nervose di figure amorfe, deformi e mostruose, sbozzate in un fumetto horror, che, non appena illuminate, mutano in un aspetto conosciuto, di forme e nomi, quindi familiare, rassicurante. Avverto lo spirito del bosco, una presenza invisibile e ignota, bisbigli nel vento, scricchiolii e fruscii.
Nelle ombre, fra le ombre, un’ombra. Un’entità enorme, nera come la pece più densa, è essere della stessa materia di cui è fatta, il buio. Balza dall’oscurità del bosco nel cielo tetro della notte. Gli alberi ondeggiano nella frenesia dei rami smossi dalla furia cieca. Il caos informe è disordine, terrificante. La bestia dal senso orrifico s’ingigantisce, diviene immensa come la notte stessa, e scompare nell’ombra, come è venuta.
Paura, no, terrore. Il tempo si ferma. Il cuore corre all’impazzata verso un rifugio sicuro che esiste solo nella sua fantasia. Sono impietrito. Il cervello vortica pensieri convulsi che si schiantano nel vuoto cosmico della mia attuale sicurezza, un buco nero che divora la luce, la annulla. La notte inghiotte l’unica presente, la mia. E tutto si fa buio.
I secondi riprendono a camminare lungo il sentiero della vita. Col cuore in gola per lo spavento, raccatto da terra, nella circolare aura luminosa della torcia, la fermezza che mi accompagna durante ogni cammino in notturna. Metto insieme a stento, e con fatica, quello che rimane: cocci di determinazione, coraggio e pazzia.
Il dramma vissuto torna alla mente con contorni meno impressionanti; e, a freddo, la scena surreale viene riscritta in termini avventurosi, non più orrifici. Quell’entità, dall’aspetto terrificante, si trasforma ben presto in un grosso gufo appollaiato su un basso larice. Lui o lei – vai a saperlo – ha ben deciso di allontanarsi al mio arrivo e, indispettito dalla mia presenza invadente, luminosamente ingombrante e molesta, seppur silenziosa, ha spiccato il volo alla ricerca di un altro albero su cui osservare le stelle.
Il coraggio recuperato dietro l’ombra di un sasso ricompone la lucidità necessaria per proseguire l’avventura; ma non abbastanza. In questo momento ogni singolo fruscìo, sussurrìo, mormorìo, ronzìo, brusìo, rumorìo è fremito nella mente, e nel corpo. Seppur non sia successo alcunché di pericoloso, l’innocenza dell’ignoranza ha scavato un solco profondo, che riempio a fatica. L’esperienza appena vissuta, inaspettata, si mescola alle scene degli episodi di due serie tv viste poco prima di lasciare casa per quest’avventura: Dexter e The walking dead; direi un buon aperitivo prima della notturna. Sbalzato nelle ambientazioni post-apocalittiche del secondo telefilm, ogni rumore del bosco si trasforma in uno zombie, e nei frenetici e ansiogeni attimi di cruda durezza del serial killer incalzato dalla sorella poliziotta, nonché da un altro serial killer, del primo. A fatica torno lucido.
Ora, che fare? Mi dirigo verso casa, con la coda fra le gambe? Oppure proseguo, con la coda fra le gambe, ma con un pizzico di determinazione a farmi compagnia nella notte? Alcuni passi si muovono verso il basso, poi si fermano e riprendono la salita, ma un brusio del bosco rimbalza l’autostima, che indietreggia, ma non demorde facendosi più forte. La danza dura attimi infiniti.
Se la luce è salvezza, il buio stesso è riparo. Per capire lo spavento, bisogna affrontarlo. Spengo la torcia contro ogni qualsivoglia senso di raziocinio volto alla sopravvivenza. I sensi si acuiscono, un brivido freddo corre lungo tutta la pelle perché sono totalmente immerso in un oceano di buio. Gli occhi si abituano con rapidità alla flebile luce che arriva dai paesi incastonati nelle valli vicine, e le stelle a disegnare i contorni di alberi e montagne. Il bosco sussurra parole, versi e melodie in lingue sconosciute, dialetti dall’apparente senso celato. Profumo di resina e legno sfumano nell’aria frizzantina, con note umide di sottobosco e speziato ad accarezzare la lingua. Chiudo gli occhi e assaporo la quiete. Una pace accogliente, tutt’altro che ostile. La conoscenza, di quello in cui sono, mi dona la forza di proseguire.
Si vive una sola volta nella vita, o no? Perché rinunciare a qualcosa per colpa di una paura infondata? Certo, la paura serve per sopravvivere, ma se non ci sono pericoli effettivi, perché avere paura dell’ignoto? Affrontandolo, vivendolo per conoscerlo, la paura passa; o almeno diminuisce al punto di poterla affrontare con più sicurezza.
Proseguo…
Oltrepassato il bosco, un tratto piano mi porta alla meta di questa sera: Diga del Gleno, o quello che ne rimane. La sagoma grigia contrasta con i pendii erbosi dell’omonima valle, neri e privi di dettaglio alcuno. Nello squarcio, memoria del passato, luccicano tenui increspature dell’adiacente laghetto alpino; e alcune stelle, le più luminose, riflettono la loro immagine sulle sue acque.
Fra i prati a ridosso del lago, un masso di notevoli dimensioni diviene approdo del solitario navigare.
L’aria è fresca, sembra quasi meno gelida rispetto al parcheggio di Pianezza (frazione di Vilminore di Scalve); probabilmente un’inversione termica gioca a mio favore. La temperatura non sarà un fattore di preoccupazione, con me ho un sacco a pelo con confort a -15°C, quindi dormirò sonni sereni. Le previsioni meteo promettevano cielo sereno, la stellata lo conferma.
Svuoto la mente da qualsiasi pensiero, tranne uno: preparazione dell’attrezzatura fotografica per eseguire uno star trail e dell’assetto notturno per trascorrere la notte. La scelta dell’inquadratura viene facilitata dalla torcia frontale che illumina fiocamente la vicina diga, le stelle fanno il resto. Nell’inquadratura la Diga del Gleno, il laghetto ai suoi piedi, il cielo stellato a chiudere l’immagine e nello squarcio architettonico la statuaria presenza della Presolana, montagna iconica della bergamasca. Un’ora, uno scatto unico, con l’idea di avere un arco luminoso di stelle che ruotano sopra la diga e il monte, e allo stesso tempo gli astri riflessi nel minuto bacino lacustre. Un obiettivo ambizioso, ce la farò? Il sacco a pelo mi attende, devo solo aspettare sessanta minuti per scartare una sorpresa attesa negli ultimi anni e, solo ora, in procinto di avverarsi.
La sveglia suona rompendo un sogno immediatamente dimenticato, e distruggendo la quiete della valle. Due di notte, buio pesto. Il sacco a pelo è ricoperto da un finissimo strato di brina, scricchiola quando mi divincolo per uscire dal bozzo letargico. Il naso, unica parte scoperta del mio corpo, ha un leggero intorpidimento che rispecchia la temperatura ambientale. Anche il lago mostra i sintomi autunnali con la comparsa di disegni ghiacciati a ridosso della sponda.
Il piccolo schermo della macchina fotografica acceca me e chiunque nella valle, la sua luminosità è inaspettata e fatico ad abituarmici. Compare un’immagine, tratti distinti e geometrici in primo piano, e frastagliati sul finire, un arco luminoso graffiato da decine di astri luminosi, e impercettibili presenze celesti sul pelo dell’acqua.

[ 12.CA.5484 ]
La fotografia è carina, ma purtroppo niente di eccezionale, o almeno non come me l’ero immaginata. L’inquinamento luminoso di paesi e città delle valli bergamasche e bresciane, nonché della lontana pianura, spengono le stelle offuscandole con quell’immane chiarore di fondo. Peccato, poteva essere uno scatto migliore, ma le condizioni non lo permettono.
Sconsolato, rassetto i miei averi, mi intrufolo nuovamente nel sacco a pelo, e chiudo la serata, o meglio la nottata, addormentandomi ammirando le stelle.
Alle prime luci dell’alba torno a casa. Da una parte abbacchiato per il risultato inatteso e poco convincente, e dall’altra arricchito con una nuova storia da raccontare, che difficilmente dimenticherò.
Scrivo questo racconto ripensando a un Novembre di pazzia del 2012, che sembra essere oggi.
di

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