Eroi

Un giorno alla radio stavano parlando di supereroi, degli eroi di noi mortali, non quelli dei fumetti o dei film della Marvel & Co, ma quelli reali, quelli che sono di carne e ossa, quelli che ci donano la forza di lottare, che ci emozionano con i racconti di una vita, che segnano il passato per creare un futuro migliore. Quel giorno, alla radio, non riuscivo a trovare una risposta alla domanda “Quali sono i vostri eroi?“. Non ricordo gli eroi delle altre persone, se sportivi o militari, Premi Nobel o conoscenti, se persone famose ai molti o sconosciute ai più. Ricordo vagamente di un 14enne genio della matematica iscritto all’Università di Pisa il cui supereroe era un giovane matematico italiano che ha conquistato la medaglia Fields.
Quella giornata si è conclusa con un vuoto, con un quesito irrisolto, senza risposta. Questa, la domanda, si è poi persa nelle settimane e mesi successivi, fra gli innumerevoli pensieri della vita.

Nell’antichità un eroe era un essere semidivino, un’entità capace di plasmare il paesaggio, di creare e distruggere, di possedere la conoscenza, di essere capace di affrontare imprese prodigiose, di essere un guerriero invincibile con meriti particolari, o un antenato mitologico al quale si deve tutto del presente. In genere è identificato in una figura positiva, un individuo al quale si attribuiscono poteri soprannaturali.
Nella società attuale, al contrario, l’eroe è colui, colei, che in imprese di guerra o d’azione dimostra prova di grande coraggio e valore affrontando pericoli o azioni eccezionali. L’eroe è anche colui che si impegna continuamente nella lotta per salvaguardare saldi ideali, nobili, come la libertà, l’uguaglianza e la pace. Può anche essere un eroe del giorno, che nel breve periodo fa parlare di sé, ma che dura come un’illusione, un eroe effimero.

Ora, mentre scrivo, è tornata alla luce quella stessa domanda che, anziché restare una frase persa nell’etere, conosce perfettamente la risposta. Dire il perché non è semplice, tantomeno descrivere nel dettaglio chi è il mio supereroe. Le parole non possono bastare. Posso solo dare voce, per quello che mi è possibile, ad alcuni dei ricordi, delle emozioni che l’hanno scelto, del perché non sono stato io a sceglierlo come eroe, ma è stata la sua bellezza a crearne i poteri, la fama e la forza che lo rendono tale.

Il passato può svanire nel tempo, alcune cose si perdono, altre restano saldamente ancorate in noi. Come un pino contorto aggrappato saldamente alla dura roccia di una parete verticale, che lotta per la vita, con le radici fermamente ancorate a ogni appiglio, a ogni anfratto, a ogni crepa della montagna, anche i ricordi si aggrappano a noi come cicatrici indelebili.
Il tempo passa, ma certi ricordi non svaniscono perché indelebili nella memoria.

Ricordi.
Riaffiora alla memoria un caleidoscopio di emozioni, un’infinità di immagini, forme e colori, di stupende cicatrici scritte nell’animo come forme d’arte scolpite nel tempo.

Ricordo la vendemmia, una tradizione. Fra Settembre e Ottobre si andava in Toscana per rivedere la grande famiglia, per abbracciare nuovamente il ramo parentale d’origine. La vendemmia era il richiamo per l’adunata, si rispondeva senza esitazione. Parenti e amici si ritrovavano nella vigna, abbarbicata sul pendio collinare vicino casa. Bambini, giovani, adulti e meno giovani, tutti con le maniche rimboccate per lavorare, tutti con una forbice e un bigoncio in plastica per la raccolta. Si partiva dall’alto, dal filare confinante col bosco di latifoglie per poi scendere fino all’ultimo, quello prossimo alla casa padronale. Tutti raccoglievano l’uva, i più forti e volenterosi si caricavano in spalla i bigonci ricolmi, pesanti, attorniati da alcune api golose, per scaricarli nella lontana pigiadiraspatrice. Tutti assaggiavano i chicchi per assaporare il momento come se fosse l’ultimo. L’eroe dirigeva tutto, con un sorriso luminoso come il Sole, ma allo stesso tempo con il viso severo, immagine di un risoluto responsabile dei lavori. Il mosto, a seguito della pigiatura meccanica, correva a perdifiato verso la cantina, nella vasca di fermentazione. Profumi d’Autunno, colori caldi sotto un sole tiepido in vigna. Profumi di fermentazione in una cantina dalle ragnatele scure, forme e colori disordinati in un ambiente disordinato, caotico, ma allo stesso tempo fascinoso, come un tesoro tutto da scoprire. Il mondo di un eroe, con tanti pensieri, un passato ricolmo di ricordi, un presente decisamente indaffarato. E poi si pranzava tutti assieme, in tanti lungo una tavolata ricca di persone, di racconti, di pietanze succulente, di ricchezza personale, di bellezza.

Ricordo vacanze estive in una terra che si definiva lontana, quando si era piccoli. Una o due settimane all’avventura, ombre di un eroe che si adorava come entità fantastica.
Colazioni con uova all’occhio di bue con pancetta tagliata al coltello, formaggio della valle e pepe, il tutto condito con un bicchierino di vino rosso. Questa era la mia preferita, genuina e sincera, poi c’erano anche quelle più commerciali con caffè e biscotti.
Andare nella iàra (variante fonetica di aiàra, letto del fiume, ghiaia, vocabolo avente origine nella radice di aia) di primo mattino, a piedi lungo la strada sterrata che porta nei terreni di coltura, per governare le bestie, mucche, cavalli, capre, conigli, galline e maiali; a seconda dell’anno o della voglia del mio eroe.
Mungere le capre, sparpagliate nella selva di rovi, per poi andare in cantina a scaldare il latte in esperimenti selvaggi per produrre la ricotta. Questa caratterizzata da un sapore forte, troppo dirompente, ma affascinante, ricolmo di sfida e scoperta, saporito e indimenticabilmente buono sul finire.
Capre, conigli e galline alcune volte venivano macellate sul luogo del delitto. Come un coniglio appeso per le zampe, scuoiato, eviscerato, con le galline assatanate a razzolare il sangue a terra, le interiora di scarto sparivano a ogni beccata. Avventure cruente e indelebili, ma affascinati come le avventure immaginarie di film e libri.
Andare nel bosco alla ricerca del varco sfruttato da alcune capre evase il giorno precedente. Sistemare il danno con filo di ferro e tanta fantasia, e poi scendere verso casa imitando Tarzan, appendendoci a liane fantasiose o ad alberi secchi, per poi cadere a pochi centimetri da un sasso nascosto dalle foglie secche, l’eroe questo, l’avventuriero. Uno spavento indelebile quanto il groppo in gola e il mio cuore fermo di qualche battito. Avevo scritto in faccia il terrore per lui, la paura dell’irreversibile. Lui si alza col sorriso in faccia, birichino, come se nulla fosse accaduto, come se fosse indistruttibile; o forse è stato bravo a mascherarlo.
Ci portava a spasso col furgoncino bianco, ammaccato, sporco e irrimediabilmente disordinato. In cabina non c’era spazio, quindi io sono stato dietro, nel vano con una capra. Le curve della strada, la capra e io ballonzolati, l’una sull’altro e viceversa, lei legata e io aggrappato a prese impossibili.
Tagliare l’erba alta per darla alle bestie. Lui sulla BCS blu scrostato, la vacca oltre la recinzione a muggire come indemoniata, golosa di nuovo fieno, impazzita dall’odore erbaceo che aleggiava nel vento.
Raccogliere le verdure nell’orto, ordinatamente disordinato. Pomodori, zucchine, radicchio, insalata, patate, melanzane, cavolo nero, a seconda della stagione. Portali a casa per cena e perdersi nei loro sapori e profumi a tavola.
A pranzo o a cena il pane lo tagliava lui, con un coltello eroso dal tempo. Chiedeva ridendo “fettapane o panefetta?“, il risultato era identico, ma ogni fetta aveva un aroma differente.

Ricordo racconti di avventure passate. Di bischerate adolescenziali durante la Seconda Guerra mondiale mentre l’Esercito tedesco era asserragliato lungo la Linea Gotica. Come tagliare il cavo di rame scoperto che collegava una piccola località montana al vicino Comando tedesco, rubarlo per usarlo barbinamente per pescare i pesci. O tanti altri che purtroppo ho perso negli anni, vaghi ricordi, indecifrabili per scriverne traccia. O di altre “marachelle” che è meglio non raccontare, ma stupendamente spassose.

Ricordi.
Ripenso a circa due mesi fa, quando siamo andati in Toscana per rivedere il mio eroe e abbracciare la grande famiglia, in un momento difficile della vita.

Il tempo porta e comporta cambiamenti. Alcuni sono lievi, moderati o drastici, totali, lenti o repentini. La vecchiaia è un cambiamento, lento e inesorabile, a tempo determinato, a data indeterminata.
La persona che avevo davanti era l’emblema del cambiamento. Un eroe senza poteri, dalle membra stanche, senza forze, dallo sguardo rivolto al pavimento, stanco dei dolori, stanco della stanchezza, stanco di non avere energie, stanco di non aver voglia di mangiare. L’eroe di un tempo stava appassendo lentamente sulla poltrona accanto al camino. Fermo, immobile, mugugnava espressioni di dolore, di sofferenza.
Il fuoco zampillava attorniando i ciocchi anneriti, la brace brillava di ferocia energia. Il suo calore era un tiepido sollievo che non riusciva a dare pace al dolore.
La persona che avevo davanti era l’emblema del cambiamento. Ricordo un eroe con poteri infiniti, dai muscoli d’acciaio, con forze smisurate, dallo sguardo lucente puntato verso l’orizzonte, vivo, forte, energico, una buona forchetta a tavola. L’eroe di un tempo si sedeva su quella stessa poltrona per riprende fiato dalle incessanti fatiche della giornata. Fermo, gioviale, sorridente, dalla battuta pronta, un uomo duro, burbero, statuario, un deciso avventuriero. Il fuoco zampillava nei suoi occhi come quello incastonato nel muro di casa. Il suo calore era energia pura ai miei occhi.
Gli eroi cambiano nel tempo. Come nascono, possono scomparire. La loro immagine, l’idea che rappresentano, l’anima che possiedono è immortale.
La persona che avevo davanti era cambiata. Il mutamento è stato lento con l’età, rapido e brutale con la malattia, secca come un fulmine che si schianta su un albero, lento poi nel bruciare e consumarsi.
La persona che avevo davanti non era cambiata. Il mutamento era sulla superficie, nel corpo, nella carne e nelle ossa, nelle viscere più profonde. L’anima, seppur incrinata drasticamente dal dolore e dalla stanchezza, era rimasta quella che è sempre stata. La sua immortalità riuscivo a scorgerla in un sorriso rubato alla sofferenza, a quello sguardo birichino che rappresenta appieno l’immagine, l’idea e l’anima dell’eroe.

Ora so, o credo di sapere, o credo di aver capito. Ora so che l’immortalità non risiede nel vivere in eterno. Ora so che l’immortalità è vivere in eterno nel cuore delle persone, nei loro ricordi, nelle loro emozioni passate e future. L’immortalità è questo, ora lo so.

Scrivo per ricordare, scrivo per rivivere le emozioni passate, scrivo per dare memoria a una persona che ci ha lasciati, un uomo, un prozio che non è semplicemente un parente, ma è parte della mia vita, della mia storia, di quello che sono ora e sarò in futuro, il fratello di un nonno perso quando avevo cinque anni, un nonno acquisito, un ricordo splendido che raccoglie infinite emozioni, più semplicemente lo Zio Beppino.

Scrivo perché ripenso all’ultimo abbraccio, quello di alcune settimane fa quando ci siamo salutati prima del mio ritorno a casa.
Si è alzato da quella poltrona, dritto, col sorriso stanco e affaticato. Ci siamo abbracciati, mi ha stretto forte, con un’energia che non pensavo avesse più, mi ha sussurrato all’orecchio “grazie“. Un dolore immenso mi ha pervaso il cuore.
Ho pianto ogni volta in cui ho pensato a quel momento, mentre ho scritto questa dedica, ora che la rileggo per l’ennesima volta prima di pubblicarla.
Questa sua energia sarà l’ultimo ricordo, il suo, il nostro, per sempre.

Dedicata al mio caro, unico, eroe, Zio Beppino.

A immortale ricordo.


2 risposte a "Eroi"

  1. Ho trovato per caso il tuo sito e mi ha incuriosito il titolo di questa pagina e….mi hai fatto piangere veramente tanto tanto tanto…..hai scritto qualcosa di stupendo..

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