Bus del Busòn

Ci svegliamo con le prime luci che filtrano dalla finestra, nessun altro con noi nella camera, nessun che russa, temperatura piacevole, umidità bilanciata e nessun odore molesto (abbiamo insacchettato tutte le scorie mefitiche).
È il momento della colazione, abbiamo una fame da lupi! Pane, brioches tiepide, biscotti, succo di frutta e caffè. Voto 6.
Ci sentiamo energici, carichi, allenati dalle centinaia di chilometri percorsi e dalle migliaia di metri di dislivello conquistati, siamo pronti per l’ultimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimi-ssimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimi-ssimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimi-ssimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissimissima avventura (ringrazio “CRTL + C” e “CTRL + V” per l’aiuto sincero), ovvero l’ottenimento della spilletta che attesta il completamente dell’Alta Via delle Dolomiti n.1 (al link il racconto del trekking). All’ufficio turistico di Belluno riceviamo la più alta onorificenza che abbia mai posseduto: una spilla triangolare di blu dipinta, con un grande n.1 al centro e la dicitura “ALTA VIA DOLOMITI” sul perimetro. Euforia all’ennesimo livello!

C’è un piccolo problemuccio, sia chiaro è stato calcolato fin dall’inizio, relativo all’ubicazione dell’auto e relativo recupero. Oggi affronteremo l’ultima tappa: da Belluno a Case Bortot. Imposto il navigatore e lo seguiamo attentamente. Rimpiangiamo i sentieri, ma camminare speditamente sull’asfalto è molto più facile, soprattutto se lei non ha lo zaino e io ho solo l’attrezzatura fotografica, solo per così dire.
Non mi voglio allungare raccontandovi della mia deviazione, di quella che a un certo punto taglia a sinistra nel bosco e segue l’indicazione della meta, di quel sentiero che sale ininterrottamente fino a raggiungere la cresta boscosa del dosso, di quella traccia che poi decide di lasciarci senza alcuna altra segnalazione, di quella che si ramifica in altre due direzioni senza dare un nome alle loro future destinazioni. Ormai l’ho fatto, quindi proseguo. Scegliamo il sentiero più ovvio da prendere, quello che punta verso il basso. Fra le latifoglie cerco funghi inesistenti, orchidee mai viste e lascio la spensieratezza alle invettive. Sono mortificato per la deviazione inutile, ma il cartello era inequivocabile. Pazienza. Il dislivello aggiunto e la distanza percorsa non giustificano minimamente il tratto di strada asfaltata evitato per raggiungere il punto in cui siamo, riprendiamo il suo corso grigio-nerastro e, sotto il sole cocente, manteniamo il passo.
Un ciclista ci supera con grossi goccioloni sulla fronte e lungo il mento, suda! Guardo il telaio del biciclo e mi complimento per la scelta, di rimando mi ringrazia e si pone la domanda se non abbia maggior senso la versione accessoriata e facilitata, elettrica insomma, rispetto all’attuale. Gli auguriamo di non cadere in quella tentazione, di resistere, anche solo per essere l’ultimo qualora la specie si involi verso l’estinzione.
La mia splendida Panda dalle Cinquanta Sfumature di Lerciume aspetta pazientemente il nostro arrivo. È nella stessa, identica e medesima posizione della partenza, troppo ligia al dovere. Sono emozionato, non l’abbraccio per non sporcarmi, ma sono contento. È chiusa, quindi nessuno ha tentato di portarmela via. Si accende, quindi la batteria non si è scaricata dopo tutti questi giorni di lontananza, solitudine e tristezza reciproca. Gomme gonfie, direi tutto impeccabile.
Celebriamo il risultato perfetto, con un forte abbraccio, un bacio infinito e due splenditi sorrisi da fare invidia al sole stesso. Ok, lo ammetto, anche dopo quest’ultima frase Giada mi odierà a morte, ma cosa ci posso fare se non me ne vergogno e voglio scrivere che l’Amo. Ops!
Bando alla ciance, alle romanticherie e smancerie, ci dobbiamo concentrare per mettere la ciliegina sull’avventura, ovvero Bus del Busòn. Cosa sarà mai?

La stradina sterrata del primo giorno riprende vita dall’ultimo lembo di terra adibito a posteggio per allungarsi rapidamente all’interno del rado bosco di latifoglie, prevalentemente aceri, carpini e altre piante di cui non ricordo il nome, o semplicemente non conosco. Il sole penetra fra le alte fronde degli alberi per illuminare le numerose more, mature, scure in volto, coi loro neri screziati di rosso, attendono d’essere mangiate, hanno aspettato il nostro ritorno. Quelle mature catturano immediatamente la nostra attenzione e con la stessa velocità cascano in bocca fra dolci gridolini zuccherini. Per Giada sono una leccornia quelle tardive, lei adora la frutta acerba. La via prosegue ora con una leggera ascesa che dolcemente sale sul fianco tondeggiante del monte, poi, con la stessa tranquillità, si adagia nel punto in cui il suo largo corso si divide in due tracce: il Sentiero CAI 501 con direzione Rifugio VII Alpini e il sentiero per Bus del Busòn. La traccia da seguire scende chissà dove, l’altra rimane in quota per strade conosciute. La mia curiosità finalmente verrà sfamata, scendiamo. Ringrazio nuovamente “CTRL + C” e “CTRL + V” per questo paragrafo, almeno non ho dovuto scriverlo nuovamente da zero.
Il bosco buio, umido, ricco di felci e di numerose sculture che rappresentano la musica, rende l’incognita meta un’attrattiva ancor più elettrizzante; non sappiamo cosa aspettarci, possiamo solo immaginarlo. La fantasia viene ridicolizzata dalla realtà, l’ingresso è un’ampia spaccatura nella roccia, pareti verticali che salgono a picco per decine di metri, muri stratificati in milioni di anni e modellati dalla forza dell’acqua, una straordinaria scoperta che non avremmo mai immaginato di trovare. Entriamo, l’ingresso è modesto rispetto al ventre, al suo interno ogni caratteristica è amplificata dalla maestosità del luogo. Gocce d’acqua piovono dalle sponde erbose delle sommità calcaree, precipitano per schiantarsi su minuti terrazzamenti di grigiastra roccia, lì esplodono come fuochi d’artificio mentre i raggi del sole ne illuminano la spensieratezza. Le felci hanno colonizzato ogni spazio abitabile, sono braccia distese verso il vuoto, lembi di vita a caccia della fievole luce che penetra dal sommitale bosco di latifoglie. Le sinuose curve ci conducono verso un spazio aperto, un anfiteatro naturale il cui basamento detritico è stato modellato dall’uomo incassandoci dei gradini, o forse delle sedute. Supponiamo venga utilizzato come un teatro, ideato e costruito dalla natura, compreso dall’uomo come un regalo e valorizzato per celebrarlo. Seguiamo l’unica strada a disposizione per trovare l’uscita. Con il cuore ricolmo di bellezza, non potevamo concludere al meglio la nostra avventura. Grazie Natura!

L’ingresso al canyon del Bus del Busòn
Le pareti rocciose del canyon del Bus del Busòn e la sua vegetazione
Le pareti rocciose del canyon del Bus del Busòn
Scoprendo il canyon del Bus del Busòn
Le pareti rocciose del canyon del Bus del Busòn
Spazi teatrali del canyon del Bus del Busòn
Le pareti rocciose del canyon del Bus del Busòn
Vegetazione sommitale del canyon del Bus del Busòn
Vegetazione sommitale del canyon del Bus del Busòn

Nei millenni, o forse più, le forze della natura hanno creato quest’opera d’arte di rara bellezza, il Bus del Busòn. La teoria più recente attribuisce la sua origine all’azione delle acque fluviali di un torrente sub-glaciale, questo ha scavato incessantemente le rocce sedimentarie realizzando un canyon lungo circa 250 metri, dalle linee flessuose, profondo una decina di metri, umido e buio, largo da poco più di un metro fino ad ampi spazi teatrali, ricco di vegetazione sulle creste sommitali attraverso cui la poca luce filtrata riesce a raggiungerlo.

Seduti in auto riprendiamo la nostra vita, salutiamo la montagna e scendiamo verso Belluno. Mezza giornata oggi e l’intero domani per il ritorno: un giretto in città e cena in pizzeria prima e strada verso casa l’indomani. Arrivederci alla prossima avventura.


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